giovedì 26 aprile 2007

La seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale

Guerra combattuta dal 1° settembre 1939 all’8 maggio 1945 in Europa e dal 7 dicembre 1941 al 2 settembre 1945 in Asia. Più che in qualsiasi altra guerra precedente, il coinvolgimento delle nazioni partecipanti fu totale e l’evento bellico interessò in modo drammaticamente massiccio anche le popolazioni civili.
La sua conclusione segnò l’avvento di un nuovo ordine mondiale incentrato sulle due superpotenze vincitrici, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Verso la seconda guerra mondiale
La Germania nazista stava attuando la prima fase del suo progetto di un nuovo ordine internazionale che prevedeva l’espansione territoriale tedesca e l’asservimento degli altri popoli. La prima fase fu quella di costituire un sistema di alleanze tra cui l’alleanza con la proclamazione dell’Asse Roma-Berlino (ottobre 1936).
L’Italia fascista di Benito Mussolini si stava sempre di più legando alla Germania nazista di Adolf Hitler.
Il 22 maggio 1939 fu firmato il “Patto d’Acciaio” tra l’Italia e la Germania. I due Stati si impegnarono a prestarsi reciproca assistenza in caso di guerra sia difensiva che offensiva.
Il 23 agosto 1939 fu firmato un patto di non aggressione tra la Germania e l’Unione Sovietica, chiamato patto Ribbentrop-Molotov, in cui la Germania si assicurava la neutralità russa e la Russia poneva le premesse per un’eventuale espansione verso occidente.

Scoppia la guerra
Il 1° settembre 1939 le truppe tedesche entrarono in Polonia e senza che i difensori potessero opporre altro che il coraggio e lo spirito di sacrificio, i Tedeschi applicarono la strategia della “guerra lampo”, con terrificanti bombardamenti ai quali venne sottoposta la popolazione civile (guerra totale), e in poche settimane completarono l’occupazione della Polonia occidentale. Intanto Stalin il 17 settembre 1939 con le armate sovietiche occupò la Polonia orientale.
Chiuso in una morsa , l’esercito polacco fu costretto dopo dieci giorni ad arrendersi: la capitale Varsavia era rasa al suolo e l’intera struttura politico-amministrativa distrutta. In meno di un mese lo Stato polacco cessò di esistere: il suo territorio fu diviso fra la Germania e la Russia.
Due mesi dopo l’esercito sovietico invadeva anche le repubbliche baltiche dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e attaccava la Finlandia.
Hitler allo scopo di assicurarsi le più ampie basi d’attacco contro l’Inghilterra, con una fulminea aggressione s’impadroniva della Danimarca e della Norvegia. Quindi il 10 maggio le armate tedesche, dopo aver violato la neutralità dell’Olanda, del Belgio e del Lussemburgo, penetravano in Francia, aggirando la formidabile linea Maginot (sul confine franco-tedesco). Nel giro di pochi giorni tutta la costa della Manica fu in mano tedesca, mentre il corpo di spedizione britannico sbarcato nel frattempo sul continente era sconvolto e decimato e costretto riprendere precipitosamente il mare a Dunkerque (ritirata di Dunkerque) sotto gli attacchi di aerei tedeschi.
L’Italia era rimasta sino ad allora fuori dal conflitto, avendo il Consiglio dei ministri proclamato il 1° settembre 1939 la “non belligeranza”. Il 10 giugno 1940 anche Mussolini decise di entrare in guerra dichiarando guerra alla Francia e all’Inghilterra.
Il 22 giugno
, dopo l’occupazione di Parigi da parte nazista, il capo del governo francese ( il vecchio maresciallo Henri Pétain) era obbligato a chiedere l’armistizio. La Francia settentrionale divenne zona di occupazione tedesca, la Francia meridionale era affidata al governo Vichy .
Il 24 giugno anche l’Italia firmava l’armistizio con la Francia.
Hitler, sconfitta la Francia, impegnò a fondo l’apparato bellico tedesco contro l’Inghilterra. L’8 agosto Hitler, deciso a piegare al più presto l’avversario, dette inizio ad una serie di bombardamenti a tappeto sulle installazioni militari e sulle più importanti città dell’isola. Ma né le rilevanti perdite umane subite, né le paurose distruzioni riuscirono a fiaccare la volontà di resistenza del popolo inglese e della sua aviazione che si andò rapidamente rafforzando grazie all’impiego del “radar”. Così la capacità di resistenza inglese ebbe la meglio e la “battaglia d’Inghilterra” si risolse l’ottobre 1940 in un insuccesso per i Tedeschi. A guidare con tenacia la resistenzae la ripresa militare fu Winston Churchill (primo ministro inglese ).
Il 27 settembre 1940 Germania, Italia e Giappone stipulavano il “Patto tripartito”. Con tale patto le tre potenze si impegnavano a predominare su tutti gli altri popoli asiatici ed europei, con un rigido sistema di gerarchizzazione politica e socio-economica, destinato a sfociare in una vera e propria spartizione del mondo.
A questo punto Mussolini, spinto da motivi di prestigio, il 28 ottobre 1940 attaccò dall’Albania la Grecia, ma l’impresa si rivelò fallimentare e i Greci nella controffensiva penetrarono in territorio albanese.
L’Inghilterra con una decisa avanzata dall’Egitto riuscì a penetrare in Libia, mentre altri reparti inglesi in Africa orientale occupavano la Somalia, l’Eritrea e l’Etiopia. L’11 marzo 1941 il presidente americano Roosevelt fece approvare la legge “affitti e prestiti”, che servì a finanziare lo sforzo bellico dell’Inghilterra.
L’obiettivo fondamentale del nazismo restava pur sempre la distruzione dello Stato comunista, ecco perché, il 22 giugno 1941, Hitler dette il via all’operazione Barbarossa, ordinando alle sue divisioni di attaccare l’Unione Sovietica. L’avanzata nel territorio sovietico da parte delle colonne motorizzate germaniche, appoggiate da un corpo di spedizione italiana fu rapida e travolgente.
A metà ottobre, con il sopraggiungere dell’inverno piuttosto in anticipo sul previsto, l’avanzata restò bloccata senza che potesse essere attuato il progetto di attaccare Mosca.
Nel frattempo mezza Europa era dominata dalla Germania.
In particolare i Tedeschi organizzarono con crudeltà lo sterminio degli Ebrei mediante deportazioni in massa, lavori forzati, torture, quasi sempre destinate ad avere la loro tragica conclusione nelle camere a gas o nei forni crematori dei campi di concentramento. Il mito della superiorità della razza ariana è un elemento fondamentale della teoria dello Stato nazista ed aveva come fine la conservazione e l’affermazione della razza superiore.
Il 14 agosto 1941 il primo ministro inglese Churchill e il presidente statunitense Roosevelt si incontrarono su una corazzata nell’Atlantico, al largo dell’isola di Terranova, e concordarono un piano per il riordinamento del mondo sulla base di alcuni fondamentali principi ispirati alla libertà e alla democrazia e da realizzare dopo la distruzione della tirannia nazista: nasceva così la Carta Atlantica, con la quale si fissavano gli elementi ideali e politici per una pacifica convivenza e una feconda collaborazione fra i popoli e per l’esclusione della guerra. Sulla base di tali presupposti e delle “quattro libertà” venne firmata il 1° gennaio 1942 a Washington una Dichiarazione delle Nazioni Unite e creata successivamente l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite).
Il 7 dicembre 1941 il Giappone, con quattrocento aerei attaccò e distrusse, a Pearl Harbour nelle isole Hawaii, la flotta americana del Pacifico.
Le ragioni dell’attacco giapponese furono: assicurarsi il controllo del Pacifico centro-orientale e aprire la via alla realizzazione della costituzione di una “grande Asia” sotto l’agemonia giapponese. L’azione giapponese determinò l’immediato intervento degli Stati Uniti.
Della primavera estate del 1942 furono i successi germanici in Unione Sovietica, ove le truppe naziste, occupata la Crimea e superato il Don, giunsero ad investire il grande centro industriale di Stalingrado.
Nei giorni 3-4 novembre 1942 fu fermata ad El Alamein, in Africa settentrionale, l’avanzata delle truppe dell’Asse, e fu successivamente avviata un’offensiva anglo-americana che portò alla resa delle forze italiane. Il 2 febbraio 1943 si concludeva la battaglia di Stalingrado con la resa della VI armata e l’inizio della controffensiva russa.
L’Italia era ormai giunta ai limiti delle proprie possibilità di resistenza, ecco perché nella Conferenza di Casablanca (Marocco) del gennaio 1943 Roosevelt e Churchill, decisi ad aprire un secondo fronte in Occidente, scelsero come obiettivo dell’attacco proprio l’Italia. Il 10 luglio 1943 gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia e la conquistarono in poche settimane.
Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo mise in minoranza Mussolini
e chiese che fossero restituiti al sovrano i poteri che lo Statuto gli riservava. Il giorno successivo il re fece arrestare Mussolini e affidò al maresciallo Badoglio l’incarico di formare un nuovo governo. In questo modo il regime fascista crolla.
L’8
settembre, fu segretamente firmato a Cassibile, nei pressi di Siracusa, un armistizio con gli anglo-americani. All’alba del 9 settembre il re, la corte e il governo abbandonarono Roma e si rifugiarono a Brindisi.
A Roma, dopo il tradimento della monarchia e del governo, alcuni ufficiali tentarono di organizzare la difesa della città.
Il 12 settembre un gruppo di paracadutisti tedeschi liberava Mussolini prigioniero a Campo Imperatore sul Gran Sasso, conducendolo in Germania. Il duce, divenuto uno strumento nelle mani dei Tedeschi, dichiarò di voler riprendere la guerra al fianco dell’alleato e proclamava l’istituzione della Repubblica Sociale Italiana detta anche “Repubblica di Salò”.
Aveva così inizio in Italia la Resistenza, un movimento di lotta, per liberare il territorio nazionale dalle truppe nazifasciste. Fra il 1943 e il 1945 molti italiani si trovarono divisi in due: i “repubblicani” schierati a fianco dell’alleato tedesco e i “partigiani” ostili alle truppe tedesche di occupazione.
Il 13 ottobre Badoglio dichiarò guerra alla Germania e fu accettato dagli alleati come co-belligerante. L’Italia si trovò divisa in due zone: il Sud occupato dagli Alleati, il Nord occupato dai Tedeschi.
Alla fine di novembre del 1943 si incontrarono per la prima volta Roosevelt, Churchill e Stalin in una conferenza tenuta a Teheran. Il presidente americano e il primo ministro inglese avevano già approvato il piano d’attacco attraverso la Manica (operazione Overlord) e Roosevelt era del parere che si dovesse partire quando le condizioni metereologiche fossero state favorevoli. Stalin si dichiarò d’accordo con Roosevelt e quindi l’operazione Overlord fu programmata per il maggio 1944.
A Bari il 28 gennaio 1944 in un congresso dei partiti antifascisti del Cln (Comitati di Liberazione Nazionale) tenuto con la partecipazione di eminenti personalità, furono concordati il tempo e il modo per far decidere liberamente al popolo italiano quale dovesse essere il suo futuro ordinamento. In quell’occasione venne richiesta l’abdicazione del vecchio sovrano: gli avrebbe dovuto succedere il figlio Umberto il quale avrebbe dovuto rinunciare ai propri poteri delegandoli ad un Consiglio.
Il 12 aprile 1944 ci fu un accordo: in base ad esso il re si impegnava a nominare, al momento della liberazione di Roma, il figlio Umberto “luogotenente del Regno” e a rimettere la scelta fra monarchia o repubblica ad un referendum popolare da tenersi al termine della guerra.
Il 4 giugno 1944 gli Alleati entravano a Roma, e nello stesso giorno Umberto di Savoia era nominato luogotenente generale del Regno, mentre il generale Badoglio veniva esonerato dall’incarico e sostituito da Ivanoe Bonomi, capo del Cln. Le truppe anglo-americane superata Roma, raggiungevano Firenze, già liberata dai partigiani. L’avanzata alleata fu però di nuovo bloccata, allorché venne raggiunta la “Linea gotica”.
Il 6 giugno 1944 le truppe alleate lanciarono la più vasta offensiva marittima della storia. 132.000 uomini, a bordo di 2.000 navi, attraversarono la Manica e sbarcarono in cinque punti lungo la costa della Normandia. Nonostante le avverse condizioni atmosferiche, i soldati riuscirono ad occupare le spiagge con l’appoggio di 23.000 paracadutisti.
Nel mese di agosto ebbe luogo un altro sbarco in Provenza fra Tolone e Cannes, che contribuì a far crollare la resistenza dei reparti germanici. Così a settembre la Francia era liberata e affidata ad un governo sotto la guida del generale De Gaulle.

La conclusione del conflitto
Gli Anglo-Americani passavano il Reno e marciavano verso il cuore della Germania, polverizzando la città tedesche con bombardamenti; i Sovietici, a loro volta, occupavano la Prussia orientale. Il 25 aprile la tenaglia antinazista si chiudeva con l’incontro delle avanguardie americane e sovietiche sull’Elba.
Mentre gli Anglo-Americani il 21 aprile superavano la “linea gotica”, il 25 le popolazioni insorgevano e si liberavano dall’oppressione nazista. Il 27 aprile Mussolini venne riconosciuto da una formazione partigiana preso Dongo e il 28 aprile fucilato a Giulino di Mezzegra sulle rive del lago di Como.
Il 30 aprile Hitler si suicidava nei sotterranei della Cancelleria del Reich e il 7 maggio 1945 a Reims nel quartier generale del comando supremo americano anche la Germania sottoscriveva la resa.
Per anticipare la fine del conflitto, Roosevelt, Churchill e Stalin decisero di riunirsi tra il 4-11 febbraio 1945 a Yalta (Conferenza di Yalta), una città dell’Unione Sovietica. Nel corso della conferenza vennero prese alcune importanti decisioni sul comportamento da tenere dopo la disfatta della Germania nazista e sull’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone.
Per vincere la resistenza giapponese il presidente americano Harry Truman decise di utilizzare la bomba atomica. Il 6 agosto 1945 una bomba atomica venne sganciata su Hiroshima (base militare giapponese) provocando una catastrofe senza precedenti.
Tre giorni dopo il 9 agosto 1945 una seconda bomba distrusse Nagasaki.
Il 2 settembre 1945 a bordo della corazzata americana “Missouri” ancorata nella baia di Tokio, il Giappone firmava l’atto di resa.

La Guerra Fredda

Dopo la seconda guerra mondiale la Germania fu divisa in due zone occupate dai vincitori del conflitto. Le regioni occidentali formarono la repubblica federale, la zona orientale, sotto il controllo sovietico, divenne la repubblica democratica tedesca, ebbe così inizio la Guerra Fredda.
Anche Berlino, ex capitale del Terzo Reich, situata nella zona occupata dalle forze sovietiche fu divisa in due parti: Berlino est e Berlino ovest.
Nel 1961 il governo della Germania Est fece erigere un muro tra le due parti della città ( muro di Berlino). Il mondo occidentale, guidato dagli Stati Uniti, si impegnò ad evitare l’isolamento totale di Berlino ovest. Al passo dalla guerra nucleare gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si accordarono, ma il “muro di Berlino”, segno visibile della cortina di ferro, continuò a costituire il fronte simbolico della Guerra Fredda. Solo negli anni ’80 la tensione internazionale si allentò grazie alla politica di apertura praticata dal presidente sovietico Gorbaciov.
Nel novembre 1989 furono eliminate le barriere tra le due parti della città e i cittadini di Berlino ripresero a circolare liberamente; il muro che aveva diviso per lunghi anni la città, venne abbattuto.

giovedì 19 aprile 2007

GLI ORGANI COSTITUZIONALI

Il Parlamento

Il Parlamento esprime la volontà popolare, fa le leggi, elegge il capo dello stato, accorda la fiducia al governo. Proprio per la sua “centralità”, la nostra è una Repubblica Parlamentare.
La principale funzione del Parlamento è quella legislativa, cioè l’emanazione di leggi costituzionali e ordinarie.
· Costituzionali sono le leggi che modificano o integrano la Costituzione.
· Ordinarie sono le leggi che regolano l’andamento della vita sociale.
Il Parlamento italiano è composto da due camere, che hanno gli stessi poteri, identiche funzioni e una pari durata di 5 anni (bicameralismo perfetto): la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica.
La Camera è formata da 630 deputati. Sono elettori i cittadini che abbiano raggiunto 18 anni (elettorato attivo); sono eleggibili tutti coloro che abbiano raggiunto 25 anni (elettorato passivo).
Il Senato è formato da tre categorie di senatori:
· elettivi: sono 315 e restano in carica cinque anni. Sono elettori i cittadini che abbiano compiuto 25 anni; sono eleggibili coloro che abbiano compiuto 40 anni;
· di nomina presidenziale: sono 5 senatori a vita che vengono nominati dal presidente della repubblica per meriti particolari;
· di diritto: sono gli ex presidenti della repubblica e restano in carica a vita.
Le due camere esercitano la loro attività del tutto indipendenti l’uno dall’altro, salvo alcuni casi.
Le sedute comuni di camera e senato sono dirette dal presidente della camera dei deputati.
La camera e il senato, possono essere sciolti dal capo dello stato prima della scadenza normale, tranne che negli ultimi sei mesi del suo mandato (semestre bianco).
La volontà del Parlamento si manifesta a maggioranza, che può essere semplice, relativa, assoluta e qualificata:
· semplice: quando una proposta ottiene la maggioranza dei voti;
· relativa: nei casi di votazioni per designare una o più persone a determinate cariche;
· assoluta: quando la proposta ottiene almeno la metà più uno dei voti dei componenti della camera o del senato;
· qualificata: quando una proposta riporta un numero di voti corrispondenti a quelli stabiliti dalla legge.
Le votazioni possono avvenire in due modi: per scrutinio palese (appello nominale e alzata di mano) e per scrutino segreto (con le schede e con l’urna).
I deputati e i senatori non sono perseguibili, per cui, non possono essere sottoposti a sanzioni penali, civili o disciplinari neanche dopo la cessazione dalla carica.
Questa garanzia di insindacabilità, permanente, copre ogni espressione di opinione politica dentro e fuori del Parlamento.
Un’altra garanzia è l’immunità, cioè il divieto di arresto e di perquisizione personale o domiciliare, senza l’autorizzazione della camera alla quale appartengono (autorizzazione a procedere).
Infine le due camere, godono dell’immunità della sede, per cui nessun pubblico funzionario può entrarvi senza l’autorizzazione dei rispettivi presidenti.


Il Presidente della Repubblica

Il Presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale al di sopra di ogni maggioranza parlamentare e di ogni parte politica.
Quale custode e garante del nostro sistema democratico, può inviare messaggi alle camere; può sospendere la promulgazione di una legge; può sciogliere le camere o una sola di esse. Il presidente interviene con la sua autorità e il suo prestigio nei momenti più difficili della vita del paese, come in occasione di una crisi di governo.
Il capo dello stato è dunque l’organo rappresentativo, di coordinamento e di equilibrio del nostro sistema costituzionale.
Egli viene scelto da un collegio elettorale formato da tutti i parlamentari riuniti in seduta comune, ai quali si aggiungono tre rappresentanti per ciascuna regione (58 delegati regionali). La votazione avviene a scrutinio segreto; ogni elettore può scrivere sulla sua scheda il nome di un qualsiasi cittadino italiano, purché abbia compiuto i 50 anni di età e goda dei diritti civili e politici. Per i primi tre scrutini è richiesta la maggioranza dei due terzi degli elettori; dal quarto scrutinio in poi è sufficiente la maggioranza assoluta.
Il Presidente eletto giura davanti al Parlamento di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione. Egli resta in carica 7 anni e può essere rieletto. In caso di impedimento temporaneo, è sostituito dal presidente del senato.
Particolari prerogative sono assicurate al Capo dello Stato, tali da conferirgli il massimo prestigio e la più completa indipendenza. Egli si avvale di funzionari civili e militari addetti alla sua persona che hanno il compito di assisterlo nelle sue funzioni.


Il Governo

Il Governo è il titolare del potere esecutivo ed è l’organo che imprime la direzione politica a tutta la vita dello Stato e del Paese.
Esso è composto dal Presidente del Consiglio e dai singoli ministri. Sia il presidente del consiglio che i ministri sono nominati dal capo dello stato, nelle cui mani devono giurare fedeltà alla repubblica.
La scelta del presidente del consiglio cade sulla persona che goda la fiducia di una ben delineata maggioranza parlamentare.
Il Presidente della Repubblica giunge alla raccolta degli elementi che motivano la sua decisione mediante le consultazioni.
Entro dieci giorni dalla sua formazione, il governo deve presentarsi alle camere per esporre il programma e chiedere il voto di fiducia. La votazione avviene per appello nominale, ossia con voto palese, perché ogni parlamentare deve assumersi la responsabilità dell’atto che compie.
Il presidente del consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile; mantiene l’unità d’indirizzo politico dell’esecutivo, promuove e coordina l’attività dei ministri.
Il consiglio dei ministri ha specifiche attribuzioni: decide su questioni di ordine pubblico e di alta amministrazione. Entro certi limiti ha anche competenza legislativa, in quanto può presentare proposte di legge e può emanare provvedimenti legislativi, che però debbono essere prima autorizzati dal parlamento.
I ministri agiscono nell’ambito del ministero a ciascuno assegnato per attuare le decisioni prese dal consiglio dei ministri. Hanno responsabilità politica, civile e penale.


La Magistratura

La Magistratura è formata dall’insieme dei giudici che hanno il compito di amministrare la giustizia.
I principi fissati dalla Costituzione a garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici sono:
· i giudici sono soggetti solo alla legge;
· la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere;
· le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso;
· i magistrati sono inamovibili.
Il consiglio superiore della magistratura C.S.M., presieduto dal capo dello stato, è l’organo che decide tutto ciò che concerne le assunzioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati, escludendo ogni interferenza degli altri poteri.
Il consiglio superiore della magistratura, posto al vertice dell’ordinamento giudiziario, è composto di 33 membri.
· 3 di diritto, cioè il presidente della repubblica, il presidente e il procuratore generale della corte di cassazione;
· 30 elettivi, dei quali 20 eletti dai magistrati (giudici togati), 10 eletti dal parlamento in seduta comune (giudici laici).
I giudici elettivi durano in carica 4 anni e non possono essere subito rieletti.

La Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale è un apposito organo creato dai padri fondatori del nostro sistema repubblicano, affinché garantisse i cittadini contro eventuali abusi di potere.
Le decisioni della corte sono richieste dal giudice ordinario. Questi infatti, se nel corso del processo rileva che una legge può essere in contrasto con la Costituzione, si appella alla corte costituzionale perché valuti la questione e stabilisca se la legge è legittima o illegittima.
La corte costituzionale si compone di 15 membri:
· 5 nominati dal parlamento;
· 5 nominati dal presidente della repubblica;
· 5 nominati dai più alti magistrati appartenenti alla corte di cassazione, al consiglio di stato, alla corte dei conti.
Tutti i giudici restano incarica 9 anni. Quando la corte è chiamata a giudicare il capo dello stato, ai quindici giudici normali si aggiungono altri 16 giudici aggregati. Questi sono tratti a sorte da un elenco di cittadini che viene compilato ogni 9 anni dal parlamento riunito in seduta comune.

DALLO STATUTO ALBERTINO ALLA COSTITUZIONE ITALIANA

Sociologia

Lo Statuto albertino fu emanato da Carlo Alberto, re del Regno di Sardegna, il 4 marzo 1848 come “legge fondamentale ed irrevocabile” che sostituiva l’ordinamento monarchico costituzionale alla monarchia assoluta nello stato piemontese. Con la formazione del Regno d’Italia, divenne la legge fondamentale del nuovo Stato e restò in vigore fino al 1 gennaio 1948.
to albertino si componeva di 81 articoli 22 dei quali erano riservati per definire le prerogative del re al quale era attribuito il potere esecutivo, la nominale sovrintendenza del potere giudiziario, la partecipazione al potere legislativo insieme al Parlamento.
Il sistema di rappresentanza era bicamerale: il Senato era composto da membri nominati a vita dal re; alla Camera dei deputati accedevano i rappresentanti della nazione, votati in base a una legge elettorale che non era inclusa nello Statuto. Erano garantiti i diritti fondamentali dei cittadini e l’inviolabilità della proprietà individuale.
Si adattò ai mutamenti sociali e istituzionali che derivarono sia dall’unificazione dell’Italia, sia dall’estensione del diritto di voto, sia dal passaggio nel 1922 dallo stato liberale a quello fascista.
I principi essenziali dello Statuto albertino sono:
· la libertà di pensiero, di parola e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge;
· il potere esecutivo riservato esclusivamente al re; il potere legislativo condiviso con il parlamento; il potere giudiziario affidato a magistrati di nomina regia;
· la responsabilità dei ministri solo di fronte al re;
· la dichiarazione della religione cattolica come “ religione di Stato”.
Lo Statuto era caratterizzato dal fatto di essere:
- una costituzione concessa: lo Statuto non era frutto di una collaborazione con il popolo;
- una costituzione flessibile: lo Statuto poteva essere modificato con leggi ordinarie. La sua elasticità permise il passaggio da una forma costituzionale pura ad una parlamentare; non garantì le libertà democratiche e permise il passaggio al regime fascista in modo formalmente legale;
- una costituzione monarchica: la struttura dello Stato era di tipo monarchico;
- una costituzione rappresentativa: la camera dei deputati era un’assemblea eletta;
- una costituzione confessionale: nella fase iniziale lo Statuto prevedeva come sola religione di stato quella cattolica.

La forma di governo introdotta con lo Statuto albertino non era fondata su una netta separazione dei poteri:
· il sovrano aveva il potere esecutivo;
· il Parlamento, composto da due camere (Camera dei deputati e Senato), condivideva con il re la titolarità del potere legislativo. Le due camere non erano poste su un piano di parità: aveva maggiori poteri la Camera dei deputati;
· ai giudici era affidato il potere giudiziario.

Con le leggi fasciste del 1925, lo Statuto albertino venne notevolmente alterato, al punto da rendere la struttura stessa dello Stato di tipo autoritario-totalitario. La modifica statutaria, finiva per attribuire una posizione di preminenza giuridica al Primo ministro rispetto ai singoli ministri.
A questo importante cambiamento istituzionale seguì, nel 1939, la sostituzione della Camera dei deputati con la Camera dei fasci. In pratica la Camera era formata in parte dai Consiglieri nazionali e in parte dai membri del Gran consiglio del fascismo.
Così la Camera, divenuta assemblea permanente, si formava in seguito alla nomina o alla decadenza dalle suddette cariche, senza dover ricorrere, per il suo rinnovo, a periodiche consultazioni elettorali.
Le riforme legislative in atto determinarono il progressivo instaurarsi di un regime di governo totalitario, basato sul riconoscimento di un unico partito, quello fascista.
La crisi costituzionale seguita alle vicende belliche che sconvolsero il paese si aprì il 25 luglio 1943 con la revoca di Mussolini da capo del Governo; questa fu avviata per iniziativa del re e fu sostenuta dallo stesso Gran consiglio, che affidava in via provvisoria il potere esecutivo al maresciallo Badoglio.
Con il decreto del 2 agosto il re stabilì lo scioglimento della Camera dei fasci accelerando il crollo di un regime.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia restava divisa in due: al nord, ancora in mano ai tedeschi con il regime fascista; al sud, occupato dagli anglo-americani, veniva ripristinato l’ordinamento monarchico.
Per sanare questa frattura, nell’aprile del 1944 si giunse a un accordo tra i comitati di liberazione nazionale e Vittorio Emanuele III, proclamando la tregua istituzionale. Intanto, prima della ritirata delle forze tedesche dall’Italia, il 5 giugno 1944 il re affidava al figlio Umberto la luogotenenza del Regno, attribuendogli i poteri di capo dello Stato. Il luogotenente generale accettò il principio che fosse rimessa al popolo la libera scelta circa la forma istituzionale monarchica o repubblicana, così il 2 giugno 1946 ci fu il referendum, al quale tutta la popolazione italiana fu convocata per la scelta fra monarchia e repubblica, in questo modo fu proclamata la Repubblica. Dopo il referendum, il 25 giugno 1946, si riunì l’Assemblea Costituente (assemblea formata da 556 membri, per approvare la nuova Costituzione repubblicana) che affidò la redazione della nuova Costituzione repubblicana a una commissione formata da 75 deputati, ( suddivisa in tre sottocommissioni, rispettivamente incaricate di elaborare le diverse parti dell’intero progetto costituzionale), che concluse i lavori, in seduta plenaria, il 22 dicembre 1947 con l’approvazione a scrutinio segreto del testo definitivo.
La promulgazione da parte del capo dello Stato provvisorio Enrico de Nicola, dopo cinque giorni, e la successiva pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, permisero l’entrata in vigore della nuova Costituzione il 1° gennaio 1948.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato.
Entrata in vigore il 1 gennaio 1948, fu firmata dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola e controfirmata dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dal presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini.
La Costituzione è composta da 139 articoli e da 18 disposizioni transitorie e finali.
· I principi fondamentali (art. 1-12).
· Parte prima (art. 13-54) riguarda i diritti e i doveri dei cittadini.
· Parte seconda (art. 55-139) è la parte più estesa della Costituzione. In questa sezione sono stabiliti i poteri, la composizione e la nomina degli organi fondamentali dello Stato.
Gli organi costituzionali sono:
· il Parlamento;
· il Presidente della Repubblica;
· il Governo;
· la Magistratura;
· la Corte Costituzionale.
La Costituzione è caratterizzata dal fatto di essere:
- una costituzione compromesso: l’articolazione della Carta costituzionale si fonda sull’accordo fra i diversi partiti del Comitato di liberazione nazionale. Il compromesso raggiunto permette un equilibrio, che dà il giusto peso sia alle esigenze di riconoscere e garantire le libertà sia a quelle di realizzare uno Stato sociale;
- una costituzione lunga: il testo costituzionale indica le linee fondamentali dell’ordinamento dello Stato, definisce i diritti fondamentali, organizza i diversi aspetti della società;
- una costituzione votata: il testo costituzionale è approvato da un’Assemblea costituente eletta dal popolo;
- una costituzione rigida: a differenza dello Statuto albertino, essa può essere modificata solo attraverso un procedimento speciale. Ciò fornisce una garanzia al mantenimento delle libertà democratiche;
- una costituzione laica: tutte le fedi religiose, se in linea con il nostro ordinamento, hanno uguale diritto di esistere e operare sul territorio nazionale;
- una costituzione pluralista: lo Stato riconosce e tutela le diverse forme nelle quali si esprimono le molteplici sfaccettature della società;
- una costituzione liberale; i principi di libertà sono riconosciuti e garantiti dall’ordinamento;
- una costituzione sociale: lo Stato interviene in modo diretto per garantire l’uguaglianza fra i cittadini.

Percorso pluridisciplinare per l'Esame di Stato (per l'Istituto d'Arte)

Percorso pluridisciplinare:


Materie umanistiche:


Storia: La seconda guerra mondiale.

Sociologia: Dallo Statuto albertino alla Costituzione italiana.

Italiano: L’Ermetismo:
· Giuseppe Ungaretti
· Eugenio Montale
· Salvatore Quasimodo

Storia delle Arti visive: Il Funzionalismo:
· Frank Lloyd Wright
· Alvar Aalto

Ed. Fisica: L’Educazione fisica nel 900, particolarmente nel fascismo.


Materie scientifiche:

Ed. Fisica: Lo Yoga

Fisica: Legge di Coulomb

PERCORSO PLURIDISCIPLINARE PER L’ESAME DI STATO (per Istituto d'Arte)

PERCORSO PLURIDISCIPLINARE PER L’ESAME ORALE



STORIA: - Dall’armistizio di Salasco (9 agosto 1848) ai governi della
Destra in Italia dopo l’Unificazione.


LETTERATURA: - Introduzione del Positivismo.
- Giosuè Carducci.



STORIA DELLE ARTI VISIVE: REALISMO:
ED. VISIVA:
- COURBET -Ragazze in riva alla Senna (tela 1857).
-Lo studio dell’artista (olio su tela 1854-55).

- DAUMIER -Vogliamo Barabba (tela 1850 c.).
-Il vagone di terza classe (tela 1862).


SOCIOLOGIA: Karl Marx e la critica al sistema economico liberista.


ED. FISICA: - Sistemi e apparati.
- Apparato scheletrico.



FISICA: - Generatori elettrici.
- Effetti della corrente elettrica.
- Prima e seconda legge di Ohm.


MATEMATICA: Derivate.

domenica 15 aprile 2007

Diari di bordo di Vincenzo Monti, imbarcato su un Caccia Torpediniere Carabiniere. Dal 5 luglio 1940 al 29 dicembre 1940.

Diari di bordo di Vincenzo Monti, imbarcato su un Caccia Torpediniere Carabiniere.
Dal 5 luglio 1940 al 29 dicembre 1940.


5 luglio)
Non c’era alcun lancio di bombe, e le nostre armi sparavano a ritmo accelerato, l’apparecchio andava velocissimo circa 700 Km orari, alcune raffiche furono ben centrate, ma l’apparecchio pur gravemente danneggiato riuscì a prendere quota e a filarsela. Io rimasi però convinto che quel pilota non tornava più sulle navi italiane.
6 luglio)
Permanenza ad Augusta, giorni più che calmi, ad ogni modo si sentiva, come per istinto, una prossima uscita, ma fino alla mezzanotte non succedette nulla di ciò.
7 e 8 luglio)
Il mattino fu calmo, alle 14 arrivò l’ordine di tenerci pronti a muovere, alle 18 salpammo dal porto di Augusta insieme a molti incrociatori, a altri C.T.. Noi avevamo il compito di scortare gli incrociatori da battaglia. In sul calar del sole si univano a noi altri incrociatori con altri C.T.. Cala la notte, tutto è silenzio, la navigazione prosegue regolarmente fino al mattino dell’8 luglio. All’alba sapemmo che poco lontano da noi si trovava la prima squadra, composta dalle corazzate Cesare e Cavour, con altri C.T.. La nostra era quella di guardare le spalle ad un grosso convoglio, nello stesso tempo, di incontrare il nemico e dargli battaglia, alle 14 dell’8 luglio la prima missione finiva felicissima.
Dirigemmo la nostra prua a levante dove trovammo qualche avamposto delle forze nemiche che fu da noi attaccato e bombardato. Non fu possibile precisare se fu affondato, perché dovemmo proseguire la nostra rotta. Poco dopo un aereo faceva capolino sulle nostre corazzate, che da poco si erano unite a noi, ma il pronto e efficace intervento delle batterie antiaeree, costituite da cannoni di cento millimetri e da un grosso mitragliere, sventavano l’attacco. Dopo pochi minuti venivamo attaccati di nuovo, ma la sempre crescente e efficace reazione antiaerea e la pronta manovra dei nostri comandanti, rendono vano ogni tentativo. La notte passa senza ulteriori incidenti.
9 luglio)
Ormai sentivamo tutti che il nemico era poco lontano da noi, così ci preparavamo alla battaglia, una calma d’eccezione regnava su tutti. Dalle ore 11 eravamo al posto di combattimento, aspettavamo ……..
Ero al punto più basso della nave, non udivo nulla, mi davano compagnia tre marinai dei quali, due richiamati e una recluta del ’19, ero il più giovane e pure ne ero il capo. Con modeste parole spiegai loro l’alta responsabilità che avevamo tutti. Mi ascoltavano, sembravano pronti al loro lavoro come non mai. Per sentire qualche cosa inserii il telefono che comunicava con il complesso, e appresi queste parole:” Aerei di poppa”. Non mi spaventai affatto, intanto le armi antiaeree aprivano un fuoco infernale, abbattendo cinque su quindici aerei, erano questi idrosiluranti, i quali cercavano di penetrare nella formazione, ma la sagacia dei nostri comandanti, rendevano vane le loro pericolose missioni. Dalle nostre navi si catapultavano degli aerei da ricognizione, essi ci fornivano la rotta esatta del nemico, la grande flotta del re Vittorio, io gli andavo incontro con fiduciosa certezza di vittoria.
Alle 14,10 sento sempre per telefono, che il mio amico aveva lasciato inserito: “ Avvistamento a dritta, distanza 26000 metri, fronteggio 60 gradi”. I motori dei complessi si sentono partire, non riferivo nulla ai compagni. Intanto, le prime navi incrociatori partono, si susseguono a loro quelle delle corazzate, le quali si facevano ben distinguere dalle altre. Il silenzio regnava da circa cinque minuti, i C.T. sono destinati a proteggere le grosse navi con cortina di fumo. La velocità è la massima, 38 nodi, intanto terminava la sparatoria dei grossi calibri. Il mio amico mi chiedeva:
“ Pronto a rifornire ? “, io risposi: “ si, va all’attacco” , poi sottovoce mi disse:” Una corazzata Inglese è in fiamme”. Chiamò l’agente e disse:” Teniamoci pronti”, non passarono cinque minuti che il primo colpo parte, la noria girava ed io caricavo con calma, la velocità era massima. Continue accostate rendono un po’ difficile questo lavoro, ma la nostra agilità vinceva ogni ostacolo, le pistolate dei nostri cannoni partivano regolarmente, ne sparammo nove per bocca. Contro di noi sparavano quattro unità leggere, perché quando noi andammo all’attacco, le grosse unità ripiegavano da ambo le parti, i C.T. sostenevano il duello. Numerosi colpi cascati nelle nostre vicinanze ci lasciano illusi, mentre non so ciò che avvenne loro.
Quando il nemico fuggiva noi giravamo le nostre navi per rientrare, eravamo già esausti di forze, molto di più di rifornimenti, la nafta restata era pochissima, l’acqua per bere ci fu tolta perché faceva bisogno alle macchine. La sera non si pensò a far da mangiare ma bensì a preparare munizioni per le mitraglie, le quali avevano sparato circa 3500 colpi, quasi tutto il rifornimento a portata di mano. Gli attacchi aerei erano ripetuti, l’ultimo fu fatto nella penombra, orario pericolosissimo perché oltre a non distinguere l’aereo, non si distingueva neppure la qualità degli armamenti di offesa che esso ci lancia ( bombe, siluri, ecc.. ), ma la stanchezza si notava in loro, non appena entrato nel raggio d’azione, lasciavano giù le bombe alla buona, dove andavano, andavano. In porto qualche chiacchiera e poi a dormire. Era circa mezzanotte, mi sentivo stanco ma felice, recitai una piccola preghiera per ringraziare il Dio della bella vittoria concessaci e poi pregai per i cari fratelli in special modo per quello in Africa, poi per i cari familiari. Mi addormentai.
10 luglio)
Il proverbio dice:” Non mai riposare sulla vittoria di ieri, ma pensa a quella di domani”. Infatti, non un minuto dopo fu fatta la sveglia, eppure andammo a letto tardi, non fu affatto pensato a poi. Misi a posto le armi e munizioni, tutto fu fatto per tempo, fin dalle 5 eravamo al nostro posto, nel modo che alle 8 eravamo pronti a muovere. Nelle prime ore del pomeriggio imbarcammo ancora del materiale di consumo, quindi salpammo l’ancora alle 16, diritti a Napoli. Fu questa una bella navigazione, datosi la rotta che facemmo, come pure le condizioni del mare che incontrammo, però anche questa navigazione mi fece provare un po’ d’emozione.
Dopo circa un’ora di navigazione, la plancia avvisa un sommergibile, gli diresse la prora addosso per speronarlo, nello stesso tempo un falso periscopio trovasi a dritta a circa 200 metri di distanza. Alcuni gridavano:” Sommergibile in vista”, ma il comandante prosegue, lui già sapeva di che cosa si trattava, era un bastone, mentre noi non aspettavamo altro che il siluro. Null’altro da segnalare fino al mattino.
11 luglio)
Arrivammo a Napoli alle 7 del mattino, potemmo assicurarci della bella vittoria riportata, perché la radio ne parlava, le prime pagine dei giornali erano dedicate tutte alla battaglia navale. Noi restammo calmi, ma eravamo fieri di aver potuto mostrare finalmente ciò che eravamo capaci di fare.
12 e 13 luglio)
Furono veramente delle belle giornate per me, ambo le sere mi recai a terra divertendomi moltissimo, datosi che Napoli è una città che non lascia a desiderare. A bordo tutto si svolgeva nel modo più perfetto.
13 luglio)
Al mattino ci fu un discorso del comandante, il quale ci illustra come si erano svolte le azioni, dopo di lui, il capo squadriglia, il quale ci lodava per il coraggio, e la freddezza con cui avevamo praticato il combattimento, ma nello stesso tempo ci ricordava che la guerra non era finita, e che a quella dovevano susseguirsi altre vittorie, forse più dure e che potevano costare anche la morte, per la gloria dell’Italia Imperiale. Alla sera fummo chiamati a partire di nuovo, ci recammo a Messina; nessun incontro.
dal 14 al 29 luglio)
Giorni di poca attività, restammo inattivi per tutto questo tempo, ricordando però che eravamo in guerra, e per questo si preparavano armi, macchine, tutti i congegni che costituivano gli apparecchi per la direzione del tiro ecc.. . In questo periodo è da ricordare l’eroica fine dell’incrociatore Colleoni, il quale destinato insieme ad altre unità alla scoperta di un convoglio diretto a Tobruch ( Libia) veniva assalito da forze soverchianti per numero e per mezzi, ma per questo, insieme alla nave sorella Giovanni dalle Bande Nere, non rifiutava battaglia, mentre da altre unità si facevano proteggere e mettere in salvo le navi trasporto. I nostri incrociatori ingaggiavano battaglia con quattro navi caccia nemiche, le quali furono respinte; ma a questo attacco ne segue un secondo, ed ora il nemico assaliva le nostre con due incrociatori da 10000 tonnellate, protetti da forti corazzate, insieme ai quattro caccia, ma per questi i nostri comandanti non si impressionarono a fatto, e quindi alla pugna, destinarono i 152 contro gli incrociatori pesanti, i pezzi da 100 contro i caccia. Le nostre unità sfruttando la loro velocità resistevano all’impeto nemico per circa tre ore, infliggendo loro gravi perdite. Infine, il Colleoni ebbe un’avaria in un organo vitale, restando immobilizzato e quindi fu sottoposto a una serie di colpi, ma per ciò lo spirito della nostra gente non si abbassava, continuarono a far fuoco, finché l’acqua non invadeva la coperta. Intanto, l’altro incrociatore fu costretto a ripiegare perché ormai si trovava da solo, non valeva la pena sacrificare un migliaio di uomini con una delle più belle unità della flotta. Con questo episodio si può rilevare quale sia la qualità marinara della nostra gente, la quale, per salvare alcuni piroscafi carichi di materiale, andavano loro alla morte volontariamente. Molta gente morì, tra cui il comandante, questo però fu tratto in salvo, ma in seguito alle ferite riportate durante la battaglia, dopo 24 ore morì sulla sua cara nave. Lui si chiamava Umberto Navaro.
dal 30 luglio al 2 agosto)
Alla sera del dì avanti andai a letto tardi, nessuna voce in giro che si doveva uscire, ma ciò si prevedeva da giorni, perché a Messina si trovavano tre piroscafi di notevole grandezza, essi erano carichi di truppe destinate in Africa settentrionale.
Al mattino mi svegliai qualche minuto prima dell’orario, sentivo qualcosa di nauseante, non sapevo da dove venisse quest’odore poco piacevole, me lo avvertiva l’amico che dormiva alla mia sinistra, dicendomi:” Monti, lo sai che fra un’ora si esce ” , la notizia subito passa di branda in branda, fu un lamento generale, perché tutti immaginavano quanto era straziante la missione che ci veniva affidata. Ad ogni modo ci preparammo nel minor tempo possibile. Alle ore 6,05 del 30 luglio salpammo l’ancora, con una rapidissima manovra, fummo fuori lo stretto, credevo che dopo aver fatto una scorrazzata, uscivano i piroscafi, ma non fu nulla di ciò. Si filava a tutto vapore, circa 30 miglia all’ora, da quanto potei orizzontarmi attraverso la bussola eravamo diretti ad Augusta o Catania, infatti, dopo un’ora di navigazione si rallenta improvvisamente, mi guardo intorno, vedo l’Etna con un manto di verde e un pennacchio di fumo, dunque eravamo a Catania. Dal porto uscivano una fila di piroscafi, li contai erano sette in tutto, essi portavano ogni sorta di materiale bellico, tra cui auto blinde, carri armati, motociclette armate con mitragliere, ecc.. . Intanto la squadriglia di Caccia Torpediniere, incrociavano instancabilmente le acque del golfo, alcuni apparecchi da ricognizione ci aiutavano nel servizio di scoperta di qualche sommergibile, nello stesso tempo il convoglio avanzava prendendo la dovuta rotta. Alcuni incrociatori e Caccia Torpediniere si scorgevano all’orizzonte, essi avevano il compito di raggiungerci, infatti, dopo pochissimo prendemmo contatto. In qualche momento incominciava una navigazione di notevole lentezza, non si percorreva di più di 10 miglia all’ora, si camminava a zig zag per meglio difendere il convoglio da qualche attacco di sommergibili. Questa estenuante andatura è durata fino alle 19, a tale ora quattro caccia con quattro incrociatori con altri piroscafi si scorgevano all’orizzonte. Ben presto prendemmo contatto ma non ci fu possibile mantenerlo, perché i piroscafi da noi accompagnati non facevano più di 10 miglia orari. Fino al mattino la navigazione prosegue regolarmente.
In sul calar del sole si aumenta la velocità, ci accostammo qualche grado a dritta, dopo un’ora di navigazione a briglia sciolta, si scorsero le altre unità. Subito avemmo informazioni, le nostre prore erano dirette a levante, si avanzava rapidamente e con repentina accortezza, tali operazioni venivano svolte allo scopo di poter lasciare una larga strada al convoglio, che ancora distava di parecchie miglia dalla sospirata meta. L’andatura era sempre normale, le vedette scrutavano quanto più possibile l’orizzonte, dopodiché si incominciò a vedere verso prora un profilo di montagne. Ci accostavamo con velocità sempre crescente. Secondo i rilevamenti fatti ci trovavamo di fronte all’isola di Candia (Creta). Nulla fu scoperto in porto, perciò tornammo indietro a bocca asciutta ancora una volta. Verso il tramonto ci girammo con la prua rivolta a nord, non si andava più a 30 miglia ma solo a 20, perché ora mai eravamo sicuri che per tali acque non c’erano armamenti nemici, perché avevamo scorrazzato per lungo e per largo tutto il Mediterraneo orientale. Fino al mattino non trovammo nulla d’eccezionale. Il dì ci nasce in aperto mare, tutto l’equipaggio spera di veder terra nazionale perché erano già quarantotto ore che avevamo preso il largo. Verso le 8 arrivò l'ordine di proseguire per Napoli, tutto l’equipaggio dava segni di gioia indicibile. Alle ore 10 si incominciarono a scorgere le cime dei Peloritani, montagne sicule, man mano che avanzavamo i dolci pendii si venivano a scoprire sempre più, ci sentivamo presi dalla nostalgia nel vedere le care terre salutate con il cuore addolorato, e in mente venivano centinaia di idee. Nel frattempo il comandante chiama a rapporto i vari capo servizio, si accorse che noi non potevamo proseguire per Napoli, perché ci mancava l’acqua, quindi dopo aver fatto presente tale inconveniente al capo squadriglia, deliberammo di sostare a Messina per rifornirsi, come fu fatto. Arrivammo sulla costa alle ore 11, eravamo a corto di acqua, nafta e anche il personale non stava perfettamente in linea, quindi il nostro aspetto all’occhio altrui era misto. Uomini e macchine erano pronti a ripartire solo dopo qualche ora, perché personale e materiale della giovane Marina d’Italia non conosce ostacoli. Alla banchina c’era una gran folla che salutava con fazzoletti. Breve e precisa fu la manovra, dopo pochi minuti eravamo liberi, quindi ci rifocillammo come meglio potemmo al più presto. Le macchine erano spente, nulla metteva il sospetto che ci sarebbe stata un’altra partenza subito. Verso le 6 i fuochi furono chiamati al loro posto, alle 7,30 pronti a partire, un pennacchio di fumo veniva fatto durante l’accensione quindi all’esterno sembrava che tutto riposava, mentre all’interno con foga indicibile tutto era pronto. Alle 7,40 fu chiamato:” Al posto di manovra”. Molti civili gremivano la banchina e sembravano alquanto meravigliati nel vederci così all’improvviso partire. Presto prendemmo mare con moderata velocità, la navigazione fu calmissima, alle ore 6 del mattino giungemmo a Pozzuoli, ove trovasi la nostra squadriglia più un’altra. Alle 10 salpammo ancora da Pozzuoli e quindi arrivammo a Napoli alle 10,12. La stanchezza di tre notti di navigazioni non si palesava affatto sui nostri volti, eravamo felici come non mai. Ben presto furono rasate le ispide barbe, le quali erano già un po’ inoltrate. Ogni uomo che incontrava un compagno schiacciando l’occhio diceva:” Stasera usciamo, è un peccato non uscire qua a Napoli”, l’altro con un si affermativo si allontana diretto al barbiere, oppure in doccia per ripulire le forti membra. Anch’io quella sera uscii in modo speciale per incontrarmi con un mio amico d’infanzia, il quale si trovava a Napoli come guardia di pubblica sicurezza. Non lo trovai, gli lasciai detto ai suoi amici di venire a trovarmi il giorno seguente. Dopo di ciò girai per la città, entrando in un negozio vidi un calendario che marcava giorno due, mi ricordai che compivo diciannove anni tra qualche ora, perché la mia cara, mi aveva sempre detto che venni al mondo durante il tramonto. Cercai di festeggiare il mio compleanno come meglio potei e quindi a bordo.
3 e 4 agosto)
Alla sera scesi a terra, desideravo incontrarmi con un amico d’infanzia, il quale si trovava qui come agente di pubblica sicurezza. Andai in caserma non lo trovai, gli lasciai un biglietto dicendogli tra l’altro di venirmi a trovare il giorno seguente, infatti venne. Erano circa le 12, mi trovavo a tavola quando il piantone mi chiama dicendomi: ” Monti, a terra c’è un tuo amico che ti attende”, mi sentii palpitare il cuore, mi apprestai a recarmi da lui. In quel momento passai momenti di gioia indicibile, perché potei parlare con lui il caro dialetto e discutere sul nostro paesello, degli amici, dei compagni ed altre cose del genere.
dal 4 al 12 agosto)
Permanenza a Napoli, giorni veramente felici, la sveglia ci veniva fatta un po’ più tardi. Avevamo un giorno e cinque ore di franchigia Napoli, per questo si presta sotto ogni aspetto, sia per il suo bel panorama, per le piazze larghe e ben mantenute, poi per il piacevole litorale con bei giardini, interessanti monumenti, comoda spiaggia, sebbene le condizioni della costa sono del tutto sfavorevoli, poi per i suoi punti di ritrovo, che riuniscono parte della setta marinara e sono sempre gremiti. Ogni giorno che uscivo mi recavo dal mio amico e con lui frequentavo di sovente i punti su indicati. Oltre ciò era necessario tenersi pronti per la guerra, e questo non fu mai dimenticato.
Ufficiali e comandanti ci tenevano al corrente di quanto accadeva nei confronti della nostra cara terra, non fu mai trascurato un solo istante, un’arma, ne lasciato in bando al preparazione delle munizioni, anzi fu tutto riguardato con maggiore attenzione, furono poi revisionati una parte dei macchinari in modo che dopo questi giorni eravamo ancora più pronti di prima. Nulla aveva influito quel po’ di calma, perché i marinai d’Italia non somigliano all’esercito di Annibale, che durante le vacanze di Canne restarono inermi e poi per questo divennero inabili bruti.
13 e 14 agosto)
Fin dal mattino fui destinato a sorvegliare alcuni uomini che preparavano delle munizioni, alle ore 17 chiamò il capo cannoniere dicendomi: “ Monti, sospendi quel lavoro, con gli stessi uomini prepara i depositi per lo sbarco delle munizioni perché si andrà in bacino”. Nel sentire queste parole mi sentii fremere tutta la vita, mi affrettai un convinto si, quindi mi allontanai tutto contento, ero talmente felice che non mi accorgevo dove mi trovavo. Qualcuno mi domando perché ero tanto contento, fu risposta facile; perché sapevo che andando in bacino c’erano dei brevi permessi, ed io che distavo solo 140 Km da casa ero sicuro di poterci andare, come vi andai. Finito il lavoro ordinatomi, mi feci la barba e intanto spiavo se si chiedevano dei permessi. Nulla di ciò fino alle 18,20, a tale ora andai a cena, mangiai appena un boccone e subito dopo andai in segreteria, ove trovai l’ufficiale capo reparto, al quale espressi il mio desiderio e mi assicuro che dopo lo sbarco delle munizioni mi mandava; erano per me momenti veramente indescrivibili.
Alla sera stessa fu fatto lo sbarco, ma grazie alla bontà di alcuni sottufficiali, io non feci parte della compagnia di scarico fino all’ultimo perché mi mandarono a cambiare per mandarmi a casa qualche ora dopo.
Alle 21 partivo da bordo, pochi minuti dopo ero alla stazione, mi informai a che ora c’era un treno, mi riferirono alle 22,55. Erano appena le 21,30 quindi c’era ancora molto tempo d’aspettare. Mi misi a passeggiare lungo il binario, ero alquanto nervoso, fumai più sigarette, infine mi trovai con un amico di bordo, il quale andava anche lui in permesso con altri compagni, per cui si andava in comitiva e il tempo passava molto più presto. Finalmente si parte, il treno correva lento sul binario, un venticello ci batteva in viso, rendendo meno noiosa la calda notte d’agosto. Le stazioni si susseguivano ma la sospirata sembrava che non giungesse mai. Provai più volte a dormire ma non riuscii. Alle 4 circa giunsi a Ceprano, era una nottata oscura, più lampi guizzavano dall’orizzonte facendo a breve delle pause in cui rimaneva il cielo chiaro e questo chiarore mi servì per rintracciare la porta d’uscita. Durante il cammino verso casa mi sentivo trasportato dall’ansia di giungere, quindi camminavo di buon passo, verso le 5 giunsi, l’arrivo fu emozionante, dopo breve conversazione con i miei, andai per qualche ora a letto.
Il giorno passa felicemente trovando ora un amico ora un altro. La sera per me incominciò ad essere triste, sentivo che tra poche ore dovevo ripartite, mi sembrava un sogno di essere a casa, non palesai affatto tale tristezza per non rammaricare i miei.
15 agosto)
Festa in tutto il mondo eppure io alle prime ore dell’alba lasciavo la cara casetta per rientrare a bordo, qualche lacrimuccia usciva dagli occhi della mamma al momento del distacco. Io non sentivo nulla, partivo contentissimo, non posso precisare quale forza mi animi. Alle 5 il treno parte, un ultimo addio al caro paesello e quindi mi ritrovai in vettura, giunsi a Napoli alle 16, subito dopo rientrai a bordo dove fui festevolmente accolto dai compagni. Fino alla sera niente di nuovo.
Dal 16 al 22 agosto)
Furono questi giorni di grande attività per me e per tutto l’equipaggio, ogni congegno venne meticolosamente riguardato, tutte le artiglierie vennero ripulite e messe alla prova con una serie di tiri eseguiti contro una scogliera a largo del golfo di Gaeta. In oltre si avevano le notizie della grande vittoria italiana in A. O., per questo eravamo contentissimi. Nulla di interessante per quanto riguarda la Marina.
23 agosto)
Fin dal mattino ero intento al lavoro di riordinamento dei miei locali, alle 9 il capo cannoniere mi avvisa personalmente di prepararmi l’indomani mattina per poter fare bella figura perché c‘era una visita del vecchio e del nuovo comandante, a tali parole rimasi un po’ attonito. Il capo cannoniere intendendo la mia impressione mi dice: “ Il comandante Battaglia sbarca “. Fu per me questa frase come una coltellata al cuore perché omai mi ero affezionato a lui, sia in pace come in guerra, sempre ci aveva predicato a tutti le sue prodezze che venivano sempre a nostro vantaggio, perché fu con lui che avemmo l’onore di essere i primi su tutti i caccia della flotta nell’opera di tiro, con lui affondammo un sommergibile il 15 giugno e poi sotto la sua guida affrontammo il nemico tornando illesi da una rischiosa missione grazie alla sua alta abilità di manovratore, eppure ora bisogna vederselo strappare e andare ad occupare un nuovo posto, dove poteva stare un altro non della stessa abilità. Alla sera ci riunisce facendoci presente con quanto rancore ci lasciava, come testamento ci lasciò il seguente testo: “ Voglio che quando mi incontrerò con il vostro comandante mi dica: “ L’equipaggio del Carabiniere è continuato ad essere perfetto”, solo in questo modo allevierò il grande dolore che provo nel lasciarvi “.
24 agosto)
Mattino come gli altri, alle 10 ci cambiammo e ci mettemmo in tenuta ordinaria per ricevere il nuovo comandante. La cerimonia fu breve, austera e commovente per alcuni, infatti tutto l’equipaggio aveva il viso broncio e a qualcuno sfuggiva qualche lacrimuccia. Alle 11 fummo chiamati a poppa per salutare il comandante, l’equipaggio era schierato su due file, un picchetto d’onore restava fra le file, gli ufficiali vestivano in grande uniforme. Successivamente ci fu la consegna del gagliardetto. Il comandante Battaglia lo impugna dicendo: “ Ufficiali, sottufficiali, capi, sottocapi e comuni, da questo momento riconoscete come vostro comandante di Fregata Ernesto Giuriati “, quindi bacia il gagliardetto e lo consegna al nuovo comandante. Il nuovo ci dice le seguenti parole: ” Vi ho riunito per salutare il comandante Battaglia, il quale ha dato a questa unità delle brillanti tradizioni in pace come in guerra. Noi gli promettiamo, in questo momento, che continueremo “, fu fatto il saluto alla voce: “ Per il comandante Battaglia “, così avvenne il distacco. Gli si guardava con viso mesto, poi si fece coraggio e ci disse: ” Arrivederci ragazzi “, parte e nell’allontanarsi di tanto in tanto lanciava degli sguardi a bordo, poi una curva non mi permise più di vederlo. Non mi vergogno confessarlo, anch’io piansi, non perché era stato buono con noi, ma perché si era presentato sempre pronto ad incoraggiarci durante gli scontri con il nemico.
dal 25 al 28 agosto)
In questi giorni l’equipaggio pur crucciato per lo sbarco del comandante, si dedica con amore a ripulire i vari locali, per poter fare ottima figura, e far fare una buona opinione al comandante di noi stessi.
29 agosto)
Un ordine improvviso giunse nelle prime ore del mattino, esso ci face partire da Napoli alle ore 12,30, non sapevamo dove si andasse. A largo del golfo di Napoli vennero svolte delle esercitazioni, poi rotta verso sud e di seguito non accadde nulla di grande importanza.
dal 30 agosto al 1 settembre)
Passai una felice nottata, alle ore 8 potei apprendere da un sottufficiale che rientravamo a Taranto, tale notizia prima mi rallegrava, mentre poi mi era quasi seccante, perché ormai avevo fatto in me un mio piano di guerra, secondo il quale con l’aiuto della prima squadra dovevamo distruggere la flotta nemica. Alle ore 4 giungemmo a Taranto, non andammo però alla banchina destinata per i C. T.. Attraccammo ad un molo per rifornirci, l’operazione fu rapida, infatti solo dopo un’ora eravamo pronti. Era una serata alquanto calda, il rovente disco rosso scompariva all’orizzonte dandoci l’ultimo addio del dì. Guardando la nostra rada gremita di navi da guerra di ogni dimensione, facevano venire, come per istinto, una voglia indicibile di incontrarsi con il nemico per sgominarlo una volta per sempre. Dopo il tramonto mi recai nei pressi della segreteria comando, per avere informazioni se c’erano i franchi, se si partiva subito e dove era previsto di andare. Ebbi esito sfavorevole perché l’ufficio era chiuso. Qualche minuto dopo vidi arrivare sotto bordo un motoscafo, il quale portava le iniziali della R. N. Vittorio, da esso scese un aspirante ammiraglio di squadra, che chiedeva di parlare al comandante. Dopo il breve colloquio furono impartiti vari ordini, tra cui quello di tenersi pronti a partire in due ore, quindi si prevedeva che presto la flotta lasciava Trento per fare una di quelle missioni che provocavano lo sgombro del Mediterraneo da qualche ridotta squadriglia nemica. A mezzanotte uno strano bagliore lunare illuminava il nucleo di navi, dalla loro ciminiera si levavano enormi colonne di fumo, il che voleva dire che presto si partiva. Alle 4 fummo i primi ad uscire, un breve giretto sull’imboccatura del porto e quindi attendevamo l’uscita della nave da battaglia, quando fu la volta delle quattro corazzate, noi eravamo a breve distanza si vedevano le torri da 381 che continuamente si muovevano, era l’ultima verifica di vari congegni, all’alba eravamo in perfetta formazione. Fino a mezzogiorno dormii e non mi interessai affatto allo scopo di tale missione, e a detta ora un mio amico mi portò da mangiare, dicendomi tra l’altro che era stata avvistata una formazione nemica, per le ore 4 era previsto il contatto ( balistico ). Non mi impressionai affatto, consumai il pasto e andai a fare un giretto per meglio assicurarmi se era vero, infatti era la verità. Mi ritirai dove ero destinato qualche ora dopo preparandomi un gran numero di munizioni per eventuali necessità.
L’attesa fu seccante, passarono le 4 poi le 5 e nulla di nuovo, a tale ora mi fu portata la cena, avevo appena incominciato quando mi veniva telefonato e mi avvertivano che l’attacco era imminente. Siamo in perfetto schieramento si va all’attacco, presto feci mettere via il mangiare e subito al mio posto. Mi erano compagni tre marinai tutti richiamati, erano di buon umore anch’essi quindi tra una parola e l’altra si attendeva il momento fatale, che non venne più per quella volta perché il nemici appena avvistatoci si ritirava a tutto vapore, quindi noi tornammo indietro a bocca asciutta. Da quel momento iniziò una delle più brutte navigazioni che io ricordi. C’era il mare di prora molto forte, accompagnato da un gran vento, il quale faceva compiere accelerazioni alle unità siluranti che è molto difficile descrivere. Noi quattro eravamo laggiù al punto più basso della nave ( questa volta ero al deposito avanti per motivi superiori ), ci guardavamo l’uno con l’altro senza aver il coraggio di parlare, un sudore freddo ci usciva dalla fronte, ad uno ad uno ci buttavamo a terra senza fiatare, il mare aumentava sempre più e il nostro malessere cresceva, eravamo semi sfiniti senza un goccio d’acqua e nulla da mangiare, ci trovavamo in uno dei momenti più critici della navigazione. Tutta la notte restammo uniti, al mattino uno dei mariani andò su per portarci da mangiare, riuscii ad avere appena un po’ di galletta e formaggio, provai a mangiare ma non vi riuscii, proseguii a dormire, non cenai nemmeno. Durante la notte si calmava un po’ quel benedetto mare, ormai ero tanto debole che non fui capace di tenermi dritto. Finalmente al mattino del primo settembre rientrammo, quando salii in coperta mi sembrava di sognare, i raggi mi abbagliavano la vista, non mi guardai allo specchio per paura di spaventarmi, ma nel viso dei miei compagni scorsi il mio aspetto. Per tutto il giorno ci dedicammo a riparare i disastri fatti dal mare.
dal 2 al 6 settembre)
sono stati questi alcuni giorni di grande attività, fu ancora una volta riguardato ogni chiodo che aveva un particolare interesse per la piena efficienza di una unità in guerra. In questi quattro giorni trascorsi a Taranto riuscii a fare appena una franchigia.
dal 7 al 9 settembre)
Alle 15 arrivò un ordine, il quale ci imponeva di tenersi pronti a muovere in un’ora, i vari reparti subito si sistemarono ai loro posti, così in circa quaranta minuti appena eravamo in pieno assetto per la partenza. Alle 16 e qualche minuto salpammo, eravamo destinati alla scorta della divisione Pola, composta di tre incrociatori di 10000 tonnellate al nostro gruppo si unirono altri Incrociatori della stessa dimensione, con altri C. T. ci allontanammo.
Durante la penombra scompariva all’orizzonte l’ampia rada del porto di Taranto, si vedevano avanzare le cinque corazzate, che con la loro superba estetica sembravano le dominatrici del mare, esse erano scortate da numerosi Incrociatori e C.T. , presero una rotta differente dalla nostra, così navigammo a gruppi separati fino alle 16 del giorno 8 settembre. Avevamo tenuto rotta verso ovest, ci dirigemmo in quelle località ove un nostro sommergibile venne affondato da una unita nemica da guerra. Avvistammo una formazione navale nemica che avanzava verso est, però ancora una volta se la filarono e noi dovevamo rientrare il giorno 9 settembre a Palermo, senza aver potuto sparare un colpo nemmeno questa volta.
Il dì fummo lasciati liberi.
10 e 11 settembre)
Il giorno 10 settembre fu dedicato al riposo personale, e fu fatta la franchigia, mentre l’11 fu di preparazione per lasciare Palermo alle 20,20. Partimmo la sera ed arrivammo a Taranto il 12 settembre alle ore 16. La navigazione fu bellissima, mare calmo e moderata velocità.
dal 12 al 20 settembre)
Lungo ma giusto riposo dopo il periodo di navigazione incessante, avevamo bisogno di riguardare le macchine ed altri congegni del genere. In tale occasione furono concessi alcuni permessi, io non potei andare perché avevo usufruito del permesso la volta precedente.
Mentre mi trovavo a bordo e mi guardavo in tasca, trovai l’indirizzo di alcuni parenti a me sconosciuti che si trovavano a Taranto, mi recai da loro, i quali mi ricevettero festevolmente e gli promisi di ritornarvi in futuro.
dal 21 al 30 settembre)
Continua la calma, in questi giorni mi sentivo poco bene, il dottore riscontrò un po’ di tachicardia, che con pochi giorni andò via, dopo di questo periodo di convalescenza fui mandato in licenza. Comunque ho continuato la permanenza a Taranto.
1 e 2 ottobre)
In questi due giorni vissi nella speranza di andare in licenza, ma ciò non era sicuro perché la squadra fu di nuovo messa pronta per muovere in due ore. In ogni modo mi ero leggermente rimesso dalla già accennata malattia, ora però più che altro era il gran desiderio di partire. Finalmente nel tardo pomeriggio del 2 settembre ricevetti ordine di prepararmi perché quella sera stessa partivo, fu un momento di vera e grande gioia. Solo qualche ora dopo lasciavo la mia cara nave con la speranza di trovarla sempre allo stesso posto. Quando fui in città subito andai dai miei parenti, dove fui amorevolmente accolto, quindi mi trattenni per circa tre ore, vi cenai, passando insieme a loro allegre ore in modo particolare. Si discuteva sul mio arrivo a casa, che loro prevedevano favoloso, mentre io già essendoci stato altre volte lo trovavo differente. Verso le 21 salutai e partii, alla stazione c’era l’ira di Dio, più di mille uomini erano in fila per fare il biglietto, ad ogni modo tra spintoni, calci, pugni, sputi e bestemmie, riuscii a farmi strada e ad acquistare il biglietto. Alle 22,20 si parte, il treno era pieno esclusivamente di marinai, perciò figuratevi che bel viaggio è stato fatto. Alle 6,20 del mattino giunsi a Napoli, dopo essermi informato dell’orario del treno scoprii che per tre ore e venti minuti dovevo rimanere in attesa, allora approfittai per andare a trovare un mio amico che stava a Napoli in qualità di agente di pubblica sicurezza. Restai con lui per un paio di ore, poi tornai alla stazione e si parte, il sole già era alto, con i suoi benefichi raggi batteva al finestrino, riscaldando la vettura ma nello stesso tempo dava fastidio agli occhi. Alle 2 pomeridiane arrivai alla sospirata meta, quindi dopo poco tempo giunsi a casa, l’arrivo fu emozionante, trovai nella cucina un ospite ed era la moglie di un mio cugino, proveniente dalla famiglia di cui ero stato ospite a Taranto pochi minuti prima di partire.
dal 3 al 14 ottobre)
Furono questi giorni trascorsi in santa pace, non continui fischi di richiamo durante il giorno, non adunate ordinarie e straordinarie, e non sveglie fatte con gridi, spintoni e minacce come alcuni giorni capita, specie dopo un lungo periodo di faticosa navigazione. L’aria pura del mattino entrava dalla finestra situata sulla mia dritta, e tra uno sbadiglio e l’altro pian piano mi incominciavo a muovere, una volta alzato era una vita nuova, mi sembrava di essere in un nuovo mondo.
Tra un giorno e l’altro notavo in me miglioramento, infine mi sentivo perfettamente bene, ma per mia sventura la licenza finiva, però non me ne crucciavo affatto perché capivo il mio dovere di italiano e fascista, quindi senza provare ad avere la proroga o cose del genere, mi preparai a partire. Il 13 ottobre alle 6 pomeridiane lasciai il caro paesello natio, dopo un pessimo viaggio giunsi a Taranto. Mi recai subito dai miei parenti dove appresi con gran dispiacere la perdita di tre nostre piccole unità siluranti che stazionavano nel canale di Sicilia, esse però avevano già inflitto al nemico perdite considerevoli, tra cui l’affondamento di un Incrociatore di 7000 T.
Alle 22 salutai i parenti per recarmi a bordo, con mio sommo dispiacere non trovai il Carabiniere alla banchina, era in rada a mar piccolo, senza perdermi in meditazioni, mi presentai a bordo del Granatiere, qui passai la notte, disteso su una tavola. Posso giurare di non avere affatto sofferto la pessima qualità del letto, perché prima di allungarmi già dormivo. Al mattino mi recai a bordo del Carabiniere, dove fui festevolmente accolto dai compagni in modo particolare.
dal 15 al 27 ottobre)
Ricominciai la vita con minima attività, ripensando ai bei giorni trascorsi in seno ai miei cari, mi dedicavo con amore ad ogni lavoro che mi venisse ordinato oppure riconoscessi io che si doveva fare, per assicurare il perfetto ordine nei locali a me assegnati. Il 22 ottobre andammo alla boa a mar grande, per eseguire il dì seguente una serie di tiri a una carica. Il tempo era pessimo, acqua e vento venivano giù a dirotto e per due giorni la situazione non è cambiata. Il terzo giorno non pioveva più, ma il vento era tanto forte che ci faceva sbandare potando l’acqua in coperta. I mezzi non potevano più transitare, quindi i viveri venivano meno, e oltre a soffrire il mare anche la fame. Gli altri due giorni furono peggio che mai, il 27 ottobre rientrammo a mar piccolo, fu un vero giorno di festa per noi tutti, perché potemmo rifocillarci e poi andare in franchigia e passare una di quelle belle serate.
28 ottobre)
Al mattino fu fatto orario normale, alle 10 ci fu assemblea del comandante, il quale fece un breve discorso, rievocò l’ardua impresa dell’occupazione, conferì in seguito alla decisione del governo fascista, in oltre aggiunse che la potente flotta inglese di quei tempi impose alle poche ma audaci unità italiane di ritirarsi, ciò fu fatto dopo che avemmo ottenuto tutto quello che desiderava dal governo di Atene, infine aggiunse che se oggi noi dovessimo ritornarvi non sarà la flotta inglese a imporci di abbandonare le posizioni occupate, ma bensì essa stessa che fino a ieri è stata il terrore dei mari del mondo, cercherà di evitare di scontrarsi con le nostre unità, le quali sono molto più potenti in ogni campo.
Mentre lui ci diceva queste parole, le nostre truppe dislocate in Albania varcavano il vecchio confine, muovendosi alla conquista dell’infocata terra balcanica ( la Grecia). Per tale atto non è da ritenersi responsabile il governo di Roma, ma solo quello di Atene, perché esso forniva basi sicure alla flotta inglese, appoggiandola con spionaggio fornito da pescherecci greci, i quali comunicavano con le basi inglesi, e l’Italia non ignorava che il Colleoni fu affondato da navi rifugiate nei porti greci, questo non basta, essa diveniva sempre più pericolosa ed ora sconta le giuste pene inflittegli dalle colonne dell’esercito fascista.
dal 29 al 31 ottobre)
Giorni alquanto movimentati, si è avuto qualche allarme aereo, ma al passivo, nessun lancio di bombe, pochi colpi delle batterie terrestri sbarravano il passo ai pochi apparecchi giunti fin su la piazza forte.
A tardo pomeriggio del 31 ottobre arrivò ordine:” Pronti a muovere in meno di due ore”, eravamo pronti, nulla di nuovo fino alla mezzanotte.
1 novembre)
Al mattino sveglia prima del normale, tutti cambiati in tenuta di navigazione, si aspettava ordine ma questo non venne per quel dì. Alle 10,30 ricevemmo ordine di cambiarsi in tenuta ordinaria, qualcheduno aveva sentito dalle autorità che quel giorno il Duce sarebbe venuto a Taranto per passare in visita alla flotta che lì era dislocata. Alle 12 ci schierammo sul castello, furono fatte alcune prove e poi attendemmo. Restammo là fino alle 4 pomeridiane, infine si avvistò il corteo di motoscafi, il Duce era sul primo, vestiva la tenuta di primo Maresciallo dell’Impero, era diritto verso il centro dell’imbarcazione, sorrideva come sempre, ci è passato in visita poi si diresse in Arsenale, noi fummo lasciati liberi, ma non vi fu franchigia.
2 novembre)
Mattinata come al solito, verso le 11,45 un allarme aereo cessò di suonare, a noi venne revocato l’ordine di muovere, quindi vi fu franchigia, la paga fresca e sbornie a tutto andare.
3 e 4 novembre)
Continua la calma tutto il giorno 3 novembre, mentre il 4 eravamo chiamati a sostituire il Camicia Nera, caccia come noi, quindi navigammo dalle 12,20 fino alle 19,30 circa. Furono svolte importanti esercitazioni, tra cui tiri di Incrociatori dei grossi calibri e dei pezzi antiaerei. Fino a mezzanotte nulla di nuovo.
dal 5 all’8 novembre)
All’alba del giorno 5 novembre eravamo pronti a muovere, si doveva uscire per eseguire una serie di tiri a una carica, ma le avverse condizioni atmosferiche non lo permisero nelle prime ore del mattino. Vi fu un allarme aereo, ma la pronta reazione della difesa antiaerea sventarono l’attacco, non fu effettuato affatto lancio di bombe. Il giorno 6 novembre salpammo l’ancora all’inizio del giorno, dopo aver assistito di nuovo a una di quelle solite sparatorie per quei farabutti inglesi, i quali si erano uniti ai greci e non facevano altro che scomodarci di buon ora. Le esercitazioni riuscirono nel modo più brillante, durante le quali ci fu un piccolo battibecco con il capo cannoniere per una sua svista d’occhio.
Giorno 7 novembre, si svolse tutto regolarmente, mentre al mattino del giorno 8 l’allarme aereo suona di nuovo, sparatoria a tutto andare, dopo di ciò fummo messi pronti a muovere in venti minuti, alla sera quest’ordine cambiava ma all’alba del giorno 9 novembre riprendeva la stessa procedura, non vi furono franchi per ambo i giorni.
9 e 10 novembre)
Si restò pronti a muovere in ambo i giorni, furono effettuati alcuni attacchi aerei, ma tutti respinti grazie al pronto intervento delle batterie antiaeree della Regia Marina e delle navi della rada. Si seguono con passione gli avvenimenti in corso in Epiro (Grecia). Nulla di più importante da segnalare.
11 e 12 novembre)
All’alba del giorno 11 novembre, come al solito, pronti a muovere, essendo il compleanno del Re Imp., il nostro comandante volle festeggiarlo nel modo più semplice, sebbene le condizioni del caso non lo permettevano. Fece assemblea generale, con alcune calorose parole ci rievocò la vita del nostro invitto Imp., il quale in 40 anni di regno aveva fatto dell’Italia, piccola e sterile, una potente nazione, di cui lui ne aveva il comando. Fu cantato il caro inno alla nascita del Re Imp., e poi andammo a mangiare. Poco dopo giunse ordine di smettere i festeggiamenti, infatti qualche ora dopo fu gridato: “ Franchi “, e tutti a cambiarsi, ci dettero poco, circa due ore, ma ad ogni modo dopo tanto tempo che non si usciva ci sembrava una delle ottime franchigie.
Viene la notte, una luna piena rischiarava il bel cielo pugliese, non c’era corrente, insomma un atmosfera di pace dava l’impressione di una grande notte per gli avvenimenti in corso, perché solo le avverse condizioni atmosferiche li avevano fermati fino a quel giorno, infatti molto fu fatto. Una grande nave fu silurata e gravemente danneggiata e due piroscafi furono affondati dai nostri sommergibili. In verità avrei rinunciato a tale bottino senza aver subito le gravi falle ad alcune nostre navi da battaglia. Ecco come avvenne il triste episodio. Verso le ore 20 vi fu un allarme aereo, ma la pronta reazione della nostra artiglieria antiaerea resero vano il primo tentativo. Alle 23,55 circa, quando quasi tutta la gente riposava, eccetto quella di guardia per la sicurezza, fu effettuata una seconda incursione, subito fu segnalata e venne fatto un fuoco infernale, ma quella volta tennero duro qui farabutti, dopo di essersi illuminato il bersaglio con alcuni razzi fosforescenti, si buttavano disperatamente all’attacco con i siluri, colpendo gravemente la corazzata Cavour, la quale fu semi affondata, la corazzata Duilio fu affondata in un modo lieve e la corazzata Littorio anch’essa restò gravemente danneggiata verso la prora. Tutto ciò restò ignoto per noi fino al mattino seguente, verso le 10 si incomincio ad avere notizia, ma in verità nessuno lo credeva, ne fummo certi verso le 13 dello stesso giorno, perché noi dovevamo abbandonare Taranto e per uscire si doveva passare per forza vicino alle dette unità. Io e tutti i marinai della mia unità ci sentimmo di molto avviliti in quel momento, ma poi guardando ancora più in là si vedevano ancora potenti navi da battaglia con dieci Incrociatori pesanti ad altri di minor dimensione, il che voleva dire che ancora una volta eravamo di molto superiori al nemico, che ancora una volta sconvolto è stato messo in fuga. La navigazione prosegue regolarmente, giungemmo a Messina il mattino seguente, quindi si restò in pace per quel giorno, il comandante ci spiegò con poche parole il significato di tale spostamento, e poi quanto siano state insignificanti le perdite subite a Taranto.
dal 13 al 15 novembre)
Continua la calma, furono presi provvedimenti per eventuali attacchi aerei, si aspetta con ansia il momento buono per rispondere al signor Winston Churchill con il ferro e con il fuoco, infatti solo il 17 novembre a sera per un poco ciò avveniva.
dal 16 al 18 novembre)
Sono stati tre giorni di dura navigazione, alle ore 9 del 16 novembre lasciammo Messina, la nostra prora era rivolta ad ovest, verso Gibilterra. Al mattino il mare era calmo e faceva venire voglia di navigare, verso le 14 poi divenne un po’ mosso, poi più mosso ancora, il che ci evitò di poter consumare tutta la cena. La notte fu disastrosa, continue ondate venivano in coperta raggiungendo perfino le plance dei complessi. Non meno lieta fu la mattinata seguente, di tutto si parlava tranne che di mangiare. Erano le 13 del 17 novembre, avevamo navigato per circa ventisette ore sempre a venti miglia, eravamo nei pressi delle Balneari (Spagna), quando a distanza si videro comparire nella loro pesante mole tre corazzate scortate da Incrociatori e molti C. T., presto prendemmo contatto e subito in formazione di offesa, nello stesso tempo furono catapultati alcuni aerei dagli Incrociatori, e subito dopo venne chiamato l’ordine che ci faceva mettere pronti ai posti di combattimento. Io e tutti i miei compagno non sentimmo più la fame e nemmeno la debolezza, andammo al nostro posto, si attende ma nulla ci viene detto. La velocità era aumentata poi diminuì, accostate su accostate ci facevano mescolare tutte le viscere, eppure eravamo là pronti a tutto, ma il sospirato ordine di rifornire si invertì con quello di “ cessa tutto”.
A circa cinquantamila metri da noi c’era una formazione navale nemica, formata da una nave da battaglia, da una portaerei e da alcuni Incrociatori, che quando ci videro, prima di entrare nel nostro raggio d’azione delle potenti artiglierie, se la filarono di buon passo, e rientrarono nella roccaforte di Gibilterra. Noi ancora una volta dovemmo rientrare senza aver potuto concludere nulla.
Al momento del ritorno eravamo a capo Tunisi, a circa diciotto ore di navigazione da Messina, tutta la flotta ripiegava per rientrare alle rispettive basi, la velocità era normale, si doveva arrivare per il mezzogiorno dopo, ma una avaria avvenuta ad un caccia della divisione dislocata a Cagliari, ci costringeva a guardargli le spalle affinché esso poteva rientrare incolume alla base.
Alle 14 dello stesso giorno finì questa missione e avevamo appena preso rotta per Messina quando ad un tratto ci fermammo, cosa era successo?, un’avaria all’apparato motore, ciò mi fece una cattiva impressione, poco dopo si riparte, avevamo appena fatto mille metri che siamo di nuovo in avaria. Furono prese immediatamente precauzioni cosicché qualche mezzora dopo riprendemmo rotta. Ora si navigava anche a 27 miglia, fu stabilito l’arrivo per mezzanotte, difatti alle 10,15 furono avvistati i fari dello stretto, il tempo era di nuovo burrascoso, una corrente d’eccezione ostacolava la manovra, il vento fischiava a parecchi chilometri orari, così prima che le altre erano dentro si fecero le 2, alle 2,20 anche noi eravamo a posto.
19 novembre)
Eravamo stanchi dalla lunga navigazione, quindi sveglia alle 7,30, alla sera fu fatta una sostanziosa cena in una caserma a terra, ma io ero di servizio e non potei uscire, ma anche stando a bordo pensai a rimettere a posto lo stomaco.
Di particolare nulla da segnalare.
20 e 21 novembre)
Giorni trascorsi in santa pace, dedicati a mettere a posto armi e munizioni, per le macchine fummo costretti a recarci in Arsenale, da dove la sera del 21 novembre partivano circa sessanta uomini in licenza, io speravo che mi venisse data anche a me, ma viste le condizioni in cui ci trovavamo non ci misi per niente il pensiero.
22 novembre)
Mattinata calma, mi alzai alle 7 approfittando dell’assenza del capo cannoniere. Durante il giorno nulla di nuovo.
dal 23 al 25 novembre)
Continua la calma, intanto a bordo giunsero parecchi operai per il riordinamento dell’unità. La serata del 23 novembre assistetti ad uno spettacolo lirico ( Madama Batterflai ), il 24 vera pacchia, il 25 mi dedicai a mettere a posto qualche cosetta.
26 e 27 novembre)
Al mattino tutto normale, alla sera durante la franchigia sentii una tromba che richiamava tutti i marinai a bordo, io non vi tornai perché ero ai lavori, quindi non era necessario, giuro senza vergogna che avrei preferito rientrare subito, sebbene sapessi quante difficoltà bisognava sopportare durante quella notte.
Poco dopo si vedono le navi uscire, io mi sentii strappare il cuore dall’invidia, perché pensavo che erano cinque mesi che si navigava come disperati e forse questa volta che noi non ci siamo sarà la volta che si incontreranno con il nemico. La mattina del 27 novembre eravamo di vedetta per la difesa contraerea, alla sera verso mezzanotte sentii un gran numero di colpi, ciò mi straziava ancora di più l’animo perché pensavo che io non ero presente in una notte di guerra che si presenta decisiva. Per fortuna mi ingannavo, perché quei colpi venivano da Crotone, città situata sulla costa calabrese, che fu sottoposta ad un attacco aereo anglo – greco. Sempre nello stesso giorno una nostra formazione navale che incrociava a sud della Sardegna, composta da sei Incrociatori di diecimila tonnellate, due corazzate Vittorio Veneto e Cesare, e molti C.T., si trovava in prossimità del nemico, erano circa le 12, apparecchi catapultati dalle nostre navi ci fornivano tutti i dati necessari per la preparazione al contatto. Il nemico presentava una possente formazione, costituita da molti Incrociatori, alcune navi da battaglia e una portaerei dalla quale partivano di tanto in tanto formazioni di idrosiluranti che tentavano di attaccare le nostre unità, ma tutto fu vano perché le possenti batterie antiaeree delle nostre navi li tennero lontani. (Secondo quanto mi ha raccontato un mio amico ecco come si svolsero le azioni). Avvistata la formazione nemica vi si diresse contro solo una nostra divisione composta da tre Incrociatori: Trieste, Trento e Bolzano, ciò fu fatto per attirare il nemico, intanto dietro seguono altri Incrociatori e le due corazzate. La divisione di punta giunta a dovuta distanza inizia il fuoco colpendo due Incrociatori, ma essendo di gran superiorità numerica i nostri, ripiegavano facendo entrare in azione i grossi calibri della Vittorio Veneto, ma quando gli inglesi si videro giungere tutti quei “confetti” deviarono rotta, fuggendo velocemente. Si ritirarono con due Incrociatori mal ridotti, mentre noi ci rimettemmo una silurata ad un caccia. Il nostro capo squadriglia ci ha fatto un brutto effetto, sia a me che a tutto l’equipaggio, perché arrabbiato voleva far scontare il suo stato d’animo al nemico, voleva inseguirlo per vendicare anche la silurata al nostro caccia, ma ancora la guerra non era finita quindi speravamo di scaricare la nostra ira al momento buono.
dal 28 al 30 novembre)
Continuano con ritmo accelerato i lavori, a bordo restava poca gente e quindi niente da fare. Si ascoltavano con piacere le varie relazioni dei corrispondenti trasmesse per radio, nei riguardi della battaglia navale avvenuta qualche giorno prima.
Nulla da segnalare per quanto ci riguarda.
1 e 2 dicembre)
Si tornava a vedere qualcuno che tornava dalla licenza, quindi si prevedeva che presto eravamo pronti con quei benedetti lavori, infatti dal 2 dicembre rientravamo regolarmente in armamento.
3 dicembre)
Il mattino tutto normale, verso le 10 rientro a Messina con l’Ascari, caccia della nostra divisione, il quale insieme agli Incrociatori aveva partecipato alla battaglia del mare di Sardegna. Nel vederlo arrivare noi gli facemmo forti dimostrazioni, ma nello stesso tempo molti pensavano alle gravi avarie riportate dal capo squadriglia dove vi furono anche due morti. Alle 15 giunse ordine di accendere immediatamente, alle 6,45 salpammo con l’Incrociatore Trento, che doveva recarsi a Napoli per fare piccoli lavoretti e con l’Ascari, compagno di pattuglia, non avevamo nemmeno mollato i rimorchiatori, che fu suonato l’allarme aereo, nello stesso tempo le batterie iniziarono a sparare, facendo ottimo fuoco di sbarramento, ma datosi che l’altezza degli aerei era molta e poi c’era il buio, nessuno aereo fu abbattuto ma nemmeno fu effettuato lancio di bombe.
La navigazione prosegue regolarmente fino a mezzanotte.
4 dicembre)
Il dì ci nasce davanti al golfo di Napoli, nei pressi delle isole Ischia e Capri, a questo punto la velocità fu molto ridotta, perché solo alle 10 potemmo entrare in porto.
Il mattino fu delizioso, una brezza sfilava da nord, facendoci arrossare la punta del naso, il sole di tanto in tanto faceva capolino dietro ad una cartina di nuvole, le quali tentavano di dileguarsi sempre più. Il Vesuvio che mai spegne la sua caldaia, emetteva il solito pennacchio di fumo, completando la bellezza naturale di quella vaga località. Alle 10 attraccammo in porto, alla sera tutti a terra, io non fui franco e quindi nulla.
5 e 6 dicembre)
Giorni di permanenza a Napoli, trascorsi in un’atmosfera del tutto calma. Alla mattina del 5 dicembre, S. M. R., il P. di Piemonte passò in visita a parte degli equipaggi della prima e seconda squadra. La cerimonia fu breve datosi le circostanze attuali. Nel resto del giorno nulla da ricordare. Alle 9 del 6 dicembre giunse ordine di tenerci pronti a muovere, alle 20 si salpa, la serata era buia, un vento fortissimo veniva da ovest, quindi si incomincia quel balletto che fa poco piacere, fin dal momento che ritirammo l’ancora. Ad ogni modo le nostre rotte avevano come pinto d’approdo Messina e senza guardare le condizioni del mare tirammo avanti, man mano che uscivamo dal porto il malessere si faceva sempre più noto, continue ondate invadevano tutte le soprastrutture dell’unità, portando di tanto in tanto qualcosa in mare, tra cui una riservetta contenente dieci proiettili, momento veramente pericoloso. Io mi ero recato nell’antialloggio, ufficio nei pressi del deposito ove ero destinato, vi passai buona parte della notte senza chiudere occhio, ma poi nemmeno lì potetti più stare perché l’acqua mi bagnava il dorso e mi rifugiai in punti più comodi. Arrivammo alle 3,30 del giorno 7 dicembre veramente stanchi, affamati e molto di più assetati perché nell’acqua potabile vi era penetrata dell’acqua salata, quindi immaginate.
dal 7 al 12 dicembre)
Non appena a Messina subito furono fatti gli opportuni fonogrammi all’Arsenale, per riparare le avarie subite durante la navigazione dei giorni precedenti. In questi giorni tutto fu riparto. In questo frattempo c’era stato il cambio della guardia dei vari stati maggiori, Marina dipartimento dell’Egeo e perfino il super generale Badoglio. Tutti hanno dato le dimissioni datosi la crisi notatasi in Albania e in Africa, noi tutti eravamo molto nervosi per tali perdite.
dal 13 al 16 dicembre)
Al mattino giunse ordine di tenersi pronti a muovere, ciò faceva prevedere dei movimenti navali, alla sera verso le 20 si salpò da Messina con agile manovra, Carabiniere e Ascari unici della squadriglia restati in efficienza. Uscimmo fuori dallo stretto, la velocità era sui 24 miglia, con circa 260° di rotta, dove andavamo?, nessuno lo sapeva. Alle 3 del mattino grazie alla fioca luce lunare, ci accorgemmo di trovarci nei pressi del porto di Palermo, dopo qualche ora lo raggiungemmo e lì attraccammo. Cosa si aspettava? Questa volta indovinammo, c’era un convoglio da accompagnare in Africa, infatti di buon mattino due grossi piroscafi si vedono salpare, mentre su un altro prendevano posto diverse migliaia di bersaglieri. Alle 9 salpò il terzo piroscafo scortato da quattro Caccia Torpediniere del tipo duemila tonnellate. Alle 10,5 salpammo noi insieme all’Ascari, ci seguivano due Incrociatori di cinquemila tonnellate, Giovanni dalle bande nere e Alberico di Giussano. Il nostro servizio era quello di guardare le spalle al convoglio. Verso sera eravamo a punto Trapani, ormai sapevamo di entrare in un tratto di mare molto pericoloso, quindi giù i paramine. Eravamo in testa alla formazione mentre il giorno scompariva, noi salutammo l’ultimo lembo della nostra terra, cala la notte, la navigazione prosegue indisturbata. Alle prime ore del giorno con ansia si cercava terra, ma sapemmo che per le 13 giungevamo a Tripoli, lasciando là il convoglio con i quattro caccia di scorta, e noi ritorniamo indietro. Alle 11 fu avvistato Zuara, piccolo paesino sul confine della Tunisia, alle 12 si viaggiava a tutto vapore e alle 13 eravamo in vista di Tripoli, ma ormai la nostra missione era terminata, quindi tornammo indietro. I soldati sul ponte ci salutavano e noi rispondevamo con il cuore alla gola al loro saluto, augurandogli “ buona fortuna “.
La nostra aguzza prora si girò su capo Tunisi, ove giungemmo al mattino del 16 dicembre, durante questo tratto furono incontrati altri quattro piroscafi che facevano la nostra stessa rotta del giorno precedente, essi andavano senza nessuna scorta armata perché ormai erano sicuri dell’invulnerabilità del nostro mare.
Alle ore 11,30 del 16 dicembre giungemmo a Palermo, dove rientravano gli Incrociatori, mentre noi proseguivamo per Messina, che ci accolse alle 20 circa, quindi dopo settantadue ore di navigazione con mare non sempre calmo, stanchi e sporchi con ispide barbe e capelli arruffati rientravamo alla nostra base, dove non trovammo tutto ciò che ci serviva, ma siccome noi eravamo italiani e questi sono abituati a vivere nel piccolo, noi ci arrangiavamo alla meglio. Eravamo molto felici perché sfidando mille pericoli portammo rinforzi su quel fronte dove ne era tanto necessario, in Africa.
17 e 18 dicembre)
Datosi gli avvenimenti in corso eravamo sempre pronti a muovere in tre ore, e per questo avemmo un gran da fare per rimettere in efficienza tutto il materiale, che dopo una lunga navigazione era andato di molto a male. Alla sera del 18 dicembre riuscii a toccare terra per circa qualche ora, feci alcune spese indispensabili e subito a bordo. Durante il ritorno sulla nave un forte vento che portava qualche goccia d’acqua semi congelata, quando mi toccava le orecchie mi faceva rabbrividire, così giunsi a bordo semi congelato. Null’altro da ricordare fino a mezzanotte.
19 e 20 dicembre)
Alle prime ore del mattino giunse ordine di tenerci pronti a muovere, alle 10,20 salpammo insieme all’Incrociatore Bolzano e il Caccio Torpediniere Ascari. La missione era facilissima scortare l’Incrociatore per difenderlo dall’insidia di qualche sommergibile. La navigazione fu breve ma emozionante, più delle altre, dato che l’Incrociatore faceva prova di macchina si navigava oltre le 30 miglia, il mare era calmo si vedevano le scie bianche perdersi nell’immensità del basso Tirreno. Quando eravamo nei pressi delle Lipari si vede l’Incrociatore accostare rabbiosamente, alza il segnale che indicava: “ Sommergibile in vista “, si videro poi tre scie di siluri passare di poppa alla nostra unità che miracolosamente aveva schivato grazie ad un’abile manovra, ad ogni modo la navigazione continua verso le 15, il Bolzano rientrò, noi insieme ad un Caccia Sommergibile e un Torpediniere continuavamo la caccia al metallico pesce, nulla fu più avvistato e sentito, forse perché il sommergibile preferiva restarsene a fondo e non tentare di attaccare con i suoi siluri i caccia, come spesso fanno i nostri sommergibili. Al tramonto rientrammo null’altro da segnalare.
All’alba del 20 dicembre di nuovo si accende, poco dopo si prevedeva l’uscita a largo insieme all’Ascari. Continuammo per qualche tempo la caccia al sommergibile, verso le 11 circa avvistammo gli Incrociatori Trento e il Trieste, il resto della nostra divisione. Ci unimmo ad essi e rientrammo a Messina circa due ore dopo, approdammo in sei ore e quindi andammo a terra, si fece molta baldoria.
21 e 22 dicembre)
Permanenza a Messina, si segue con attenzione l’operazione terrestre sui vari fronti, si desidera la controffensiva ad ogni costo.
23 e 24 dicembre)
Nulla è mutato nei confronti della Marina e delle altre forze armate. Alla sera del 23 dicembre visto e considerato che era impossibile recarmi a casa per il Natale, mi recai a confessarmi, per fare da buon soldato e cristiano in questa memorabile festa. All’alba del 24 dicembre insieme a molti compagni parlammo e svolgemmo i soliti compiti, stando così in santa pace tutto il giorno. Fui di servizio e per questo non potetti scendere nemmeno a terra, mi contentai di cenare con una poco nutriente minestra di riso.
25 dicembre)
Finalmente giunge il 25 dicembre, la festa del Santo Natale, attesa con ansia da centinaia di milioni di fedeli. Questo primo Natale di guerra trovò il popolo italiano fermo nella fede e sicuro nella vittoria finale. Se pur in questi giorni ci furono degli episodi davvero sfortunati per le nostre armi, ecco come io trascorsi questo giorno. Al mattino breve riassetto dei locali, alle 10 vi fu assemblea del comandante, il quale ci fece gli auguri da parte sua e della famiglia, dicendoci tra l’altro che come le nostre madri seguivano con attenzione e cuore in gola l’esito delle azioni di guerra, così faceva anche tutto il popolo italiano. Alle 11 con buona parte dell’equipaggio ci recammo a messa dove c’erano gli equipaggi di tutte le navi che erano in porto. Alle 12,30 pranzo, vi fu una discreta razione, quel giorno non so il perché.
Alle 14 mi recai in una sala cinematografica che era lì nel porto e assistetti ad uno spettacolo cinematografico: “ La figlia del corsaro nero “, alle 18 a bordo nulla di interessante fino a mezzanotte.
dal 26 al 29 dicembre)
Il 26 dicembre tutto si svolse normalmente come pure il mattino del 27, alle 14 di quest’ultimo, giunse ordine di tenersi pronti a muovere in dieci minuti, alle 18,20 salpammo insieme al Caccia Torpediniere di squadriglia, l’Ascari, con moderata velocità ci dirigevamo verso nord. Speravamo tutti che si andasse ai lavori, ma fu una vera illusione, perché la nostra vera missione era quella di andare incontro al R. I. Diaz, che veniva da La Spezia e si dirigeva a Palermo, infatti all’alba del 28 dicembre nei pressi di Gaeta fu avvistato un pennacchio di fumo ……………………………… Vincenzo Monti

E’ tempo di guerra, noi siamo imbarcati su un veloce caccia, ritrovati alla vigilia di un fatto d’arma che si preannuncia pericoloso e terribile.

Tema
E’ tempo di guerra, noi siamo imbarcati su un veloce caccia, ritrovati alla vigilia di un fatto d’arma che si preannuncia pericoloso e terribile.
Impressioni e riflessioni

Da molto tempo siamo in guerra, le operazioni si svolgono con regolarità in terra, per mare e in cielo. Io fin dall’inizio delle ostilità sono imbarcato a bordo di un velocissimo e superbo Caccia, uno dei migliori navigli siluranti del mondo. Con esso fino ad oggi non abbiamo trovato altro che pochissime resistenze dove si è sempre trionfati. Ora tra qualche giorno si prevede una terribile battaglia navale ove faranno parte tutte le più potenti navi da battaglia da ambo le parti. La situazione però non è molto piacevole, io però sono più che convinto che sicuramente aggiusteremo un paio di siluri in una di quelle potenti navi di linea avversarie. Il tempo trascorre e finalmente questa sera eccoci pronti a muovere in due ore. La squadra era ancorata in una nostra rada, i grandi scafi si inoltravano nell’azzurro mare, sembravano anch’essi disposti alla riscossa, e i loro superbi armamenti scintillavano agli ultimi raggi del giorno, facendoci sentire molto più sicuri di noi stessi. Giunge l’ora prefissata e quindi si parte, gran parte dell’equipaggio a turno viene destinato al servizio di scorta e vedetta, i vari operatori tutt’occhi stanno guardando e scrutando in ogni luogo, ma nella notte nulla si scorge. Io tutti vedevo fieri di loro stessi, calmi, nelle cose precise e precauzionati in tutto, tutti sognavano scorgere il nemico accostare e dargli tante di quelle botte da annientare la propria potenza sul mare. Finalmente al mattino vennero avvistate delle navi avverse distanti ventimila metri, la manovra fatta con abilità fu quella di accerchiamento e quindi alla pugna. L’Italia, giovane nazione, sorta da solo cento anni, ha una flotta che può sostenere battaglia con qualsiasi avversario e si è più che sicuri che non avremo la peggio.
Monti Vincenzo.

Vita e pratiche a bordo di una nave da guerra.

Genova 29/01/1940
Tema
Vita e pratiche a bordo di una nave da guerra.
La vita a bordo di una nave da guerra non è altro che la vita di una piccola caserma, dove tutti gli elementi componenti l’equipaggio, sono uomini abituati alla vita dura di marinaio, la quale per loro è sempre soddisfacente, sebbene qualche volta qualcuno di loro, o per spensieratezza oppure per negligenza, non manca di fare qualche piccola scaramuccia lamentandosi del trattamento, però è sempre pronto a tenere alto il morale della propria unità sia in pace come in guerra. Le pratiche mattutine vengono quasi sempre sbrigate con la massima celerità, come pure alcuni lavoretti durante il giorno. Tragedia inimmaginabile è invece quando la mattina si batte posto di lavaggio, che consiste nella pulizia dei vari locali della nave, tutti si lamentano, ma invece quando sono sul posto da bravi fanno il proprio lavoro. Ammirante, invece è una bella navigazione a scopo d’istruzione. Fin dall’alba tutti sono in piedi con il cuore in ansia, per l’uscita in vista. I vari reparti provvedono ai preparativi per la partenza, quando tutto è pronto è l'ora prefissata è giunta, uno squillo di trombe oppure un suono frenetico di un fischietto, a seconda delle unità, avvisa il così detto posto di manovra. C’è d’ammirare come velocemente tutti raggiungono i posti dove sono stati assegnati, quindi si parte. Il personale è schierato su due file a prua e poppa della nave. Alcuni guardano ancora la banchina, lanciano sguardi sulla città vicina. Poi come il viandante guarda i margini della strada, loro guardavano il mare, che la prora fende e le eliche frantumano lasciando una grande scia bianca, la quale poi sparisce come un leggero strato di neve nel mese di febbraio. Man mano che si inoltrano nel mare molti pensieri nascono toccando i cuori di tutti, pensando che quelle acque pochi anni or sono, erano state solcate da navi avverse, le quali venivano nei possedimenti italiani, contro le quali la nostra patria non poteva inviare che piccole imbarcazioni, spalleggiate da poche Torpediniere e qualche Incrociatore, i quali hanno sempre offeso le soverchianti forze nemiche. Oggi però a tutti può sorridere il labbro, perché le nostre navi sono superiori a qualsiasi naviglio del mondo e ben presto raggiungeremo anche un notevole numero. Finalmente si arriva sul punto destinato, una nave porta un bersaglio contro il quale bisogna lanciare un siluro, oppure far fuoco d’artiglieria. Un fatale suono di clacson avverte: ” Posto di combattimento “, in breve sono tutti appostati, si vede veramente la serietà degli individui, nessuno fiata, tutti eseguono gli ordini con la massima attenzione. Vicino alle armi tutti sono intenti a far fuoco, sia il capo pezzo, che il semplice servente. Alcuni di essi hanno le cuffie in testa e trasmettono a voce gli ordini che ricevono. Guardare un pezzo con l’armamento opposto è la cosa più emozionante che possa esistere. Si va al tiro, i cannoni incominciano a muoversi a dritta poi a sinistra e infine si spara. Breve è l’opera, ma deliziosa e precisa. Si vede il bersaglio ridotto in frantumi, come potrebbe succedere a qualsiasi unità nemica per qualsiasi ragione. Quando le prefissate esercitazioni furono terminate si rientra, il tempo trascorso in mare si aggira sempre sulle dodici oppure ventiquattro ore. Quando si rientra veramente ci si sente stanchi ma si è sempre raggianti, se si va in una nuova città, tutti vanno a terra, se si rientra dove si è partiti pochi sono stanchi, ma ci si diverte a bordo ballando o facendo cose del genere.
All’Art. Guerci Egidio R. T. Procione Roma
All’Art. Perusco Giovanni R. T. Pegaso Roma
Monti Vincenzo.

Un’insolita sveglia.

Tema
Un’insolita sveglia.
Da qualche tempo c’era l’intera quarta divisione e altri Incrociatori nella rada di Gaeta; e questa sera pochissimo tempo dopo il calar del sole, facevo la solita passeggiata in coperta, in verità l’ho trovata molto anormale, il cosiddetto Garigliano soffiava con la sua continua pressione, le onde battevano contro gli scogli e gli scafi della nave, rompendosi in una schiuma biancastra, come neve. Le imbarcazioni trafficavano con difficoltà, il cielo era per lo più coperto di densissime nuvole, qualche lampo rompeva la tenebrosa esistenza, mentre alcuni tuoni rimbombavano dando più o meno l’annuncio di un forte temporale. Ad ogni modo verso le otto di sera me ne vado in branda, senza pensare neppure a quello che poteva succedere con quel tempaccio. Non posso descrivere il perché ma non presi sonno, un’insolita smania mi veniva, pensavo e ripensavo a tragiche avventure toccate per lo più a gente destinate a navigare, ebbi un triste periodo. Erano appena le dieci quando incominciai a pigliare sonno, ma qualche minuto dopo, Ufficiale, sotto ufficiale e personale di guardia si esortavano a saltare giù dalla branda, ma il perché non si sapeva, intanto il vento si sentiva sempre più forte, alcune ondate invadevano il costello, tra questi rumori si confondeva il rombo dei ventilatori delle caldaie, perché si tenevano accese per paura che si rompeva la catena della boa, noi eravamo pronti a manovrare senza restare in balia delle onde, urtando contro qualche posto, rendendo la magnifica nave un inservibile scafo. Dopo pochi minuti dalla svegli ci veniva ordinato di andare verso il centro della nave, in quest’istante arriva l’ultimo mezzo, con solo tre persone a bordo, tutti molli dalle ondate che avevano preso. Con grande fatica riescono ad arrampicarsi a bordo; insomma la nostra presenza occorreva per alzare la motobarca. Il personale si schiera su due file con i tiranti in mano, circa dieci persone andammo a poppa estrema dove stovavasi l’imbarcazione, fu legata con più cavi e quindi si cercava di condurla al suo posto, ma il vento era divenuto ancora più forte, le ondate di sovente invadevano la coperta, rendendo disastroso il breve tragitto, qui si vede la sagacia del S. Nocchiere, che senza la sua presenza non si sarebbe di certo riusciti a mettere a posto la fragile imbarcazione. Finalmente fu al proprio posto, dirigeva il comando un sottotenente di vascello, noi tutti eravamo fissi a lui ed attenti per tirare al suo cenno e per eseguire i suoi comandi. Un grammatico lo chiamerà più vocativo che imperativo, perché i suoi comandi venivano dati con cautela e voce accorata come di solito si vede nei films.Dopo di questo venimmo mandati a dormire, ma l’opera non è ancora completata perché verso le ventiquattro c’è di nuovo sveglia per la squadra di servizio, perché si doveva cambiare l’ormeggio, infatti dopo alcune ore ci trovavamo in un’altra situazione difficile molto più a largo e più al sicuro. Al mattino tutto è pacificato, il vento non soffia più, il mare è di nuovo calmo e ricomincia il traffico dei mezzi.
Monti Vincenzo.

Il primo imbarco.

15/09/1939
Tema
Il primo imbarco.
Solo chi lo ha provato può immaginare quanto sia stata l’emozione provata da me, quando la prima volta misi i piedi a bordo di una nave da guerra, era essa un Caccia Torpediniere, di bello stile e slanciate forme, una delle più belle e potenti unità siluranti del mondo. Essa al momento del mio imbarco era ancorata all’allestimento, sotto la ditta Ansaldo di Genova, arrivai a detta località alle ore 11 di notte, non mi fu possibile recarmi subito a bordo a quell’ora perché si dormiva in una casermetta situata nei pressi della nave, e anche perché sulla passerella vi era un guardiano che non permetteva a nessuno di andare a bordo. La mattina quando fui desto mi apprestai ad andare a bordo, un mio amico d’occasione mi guidò sul posto, non appena scorsi le fiammanti iniziali che corrispondevano a quel nome che da molto sognavo, quando mi trovavo tra una fila di banchi in un’aula della scuola militare marittima. Man mano che mi avvicinavo mi sentivo sempre più emozionato, intanto sempre accompagnato da detto amico mi accinsi a varcare la passerella. Quando i miei piedi toccarono il ponte sentii in me una nostalgia tale da paragonarsi a quella che prova un detenuto dopo lunghi anni di prigione. Intanto girammo i vari locali: plancia, contro plancia, torretta, coffa, locali macchine, deposito munizioni ecc.. . Mi sembrava di trovarmi in un altro mondo. Monti Vincenzo.

Una mia crociera in Sicilia.

02/04/1940
Tema
Una mia crociera in Sicilia.
Da qualche giorno la quarta divisone navale, composta da quattro Caccia e quattro Incrociatori, era nel porto di Napoli. A bordo correva la voce che prestissimo c’era una crociera per i vari porti della Sicilia. Infatti, il giorno 5 aprile alle ore 17,23 lasciammo Napoli. Era uno di quei soliti tramonti, il sole con i suoi raggi di fuoco indorava l’intero panorama, mentre che scompariva dietro al fumante Vesuvio. In breve la squadriglia fu in formazione, si navigava sui 19 nodi ed eravamo diretti a Trapani, per un certo tempo mantenemmo la giusta rotta e la stessa velocità, ma quando il giorno incominciò a cadere e quel birbo scirocco fischiava sempre più pigliandoci circa 40 gradi a prora dritta, ci costringeva a navigare sotto costa con ridottissima velocità. Si sperava in un cambiamento quando eravamo fuori dal golfo, ma fu una vera delusione, perché man mano che le nostre prore avanzavano fendendo il tumultuoso mare, trovavano sempre più resistenza. Io me ne stavo solo soletto vicino al cannone poppiero e con occhio mesto guardavo l’immenso drappo luminoso Napoletano. Il mio triste sguardo si spegneva sempre in un punto luminoso, sotto il quale si trovava uno dei più cari amici. Intanto si avanzava sempre più nell’immensa solitudine, il vento fischiava sempre più forte, naturalmente diveniva sempre più impetuoso, alcune ondate incominciarono ad invadere la coperta, intensificandosi sempre più con il passare del tempo, in modo che in breve la coperta divenne continuamente percorsa dall’acqua. Questi ignobili movimenti causarono il mal di mare, che è uno dei maggiori malesseri che possa esistere, per cui non esisteva medicina alcuna. Verso le 8 cerco di ritirarmi sotto coperta, a fatica vi riuscii ad andare, quando arrivai non c’era posto da poter passare, quasi tutta la gente aveva il morale a terra, moltissimi avevano vomitato, rendendo il locale in condizioni pietose, ovunque vi erano sputi, raschi e schizzi di ogni genere, mandando un puzzo da non potersi paragonare ad altro. Qualcuno implorava il Dio mentre altri bestemmiavano. Tutto ciò mi fece una pessima impressione. In questo frattempo l’acqua scorreva su per la coperta come un torrente, penetrando mediante alcune comunicazioni nei locali, tra tutto ha inondato l’antiquato ufficiale. Il comandante ha stabilito un turno rotativo, molte persone però hanno eseguito l’ordine solo per non rifiutarsi, non perché si sentivano in grado di fare tale lavoro. Verso le 11,30 di notte, toccò anche a me, e per recarmi sul posto presi una fatale ondata, da cui uscii tutto mollo e tale episodio lo ricorderò in tutta la mia vita marinara. Con questo ritmo è trascorsa l’intera nottata, al mattino il mare era sempre uguale, i viveri erano corti e il personale semisfinito, dunque fu preferito ritirarsi nel golfo di Milazzo. Era questo un porto abbastanza riparato dalle correnti, la cittadina si estendeva su una piana fertile e intensamente coltivata. Stammo qui per circa ventisei ore, tornata la calma in mare si salpò diretti a Trapani e durante la notte si svolsero molte e interessanti esercitazioni. Arrivammo alla detta città dopo circa diciotto ore di navigazione, era questa una bellissima cittadina di pittoresco aspetto, la quale aveva davanti, come una difesa naturale, l’arcipelago delle Egadi, con la favolosa Favignana e la piccola isola Formica. A Trapani vi stammo pochissimo, dalle 10 alle 16, la sera si partì, l’equipaggio era tutto crucciato per la continuità della navigazione. Ad ogni modo si proseguiva, eravamo diretti ad Augusta, si navigava con moderata velocità, era un dolce pomeriggio, le scie bianche lasciate da noi si confondevano con riflessi solari dando un ottimo aspetto. La navigazione fu felicissima ed arrivammo ad Augusta il giorno dopo, stanchi si ma eravamo felici e speravamo di poterci rifocillare e riposare un po’ delle fatiche provate nei giorni precedenti; infatti, si vedevano molti siciliani con il foglio di licenza fra le mani, ma quando stavano sul più bello e quasi per abbandonare la nave, arrivò un contrordine, il quale ci teneva pronti a muovere immediatamente, per destinazione ignota, dunque furono annullati i permessi e di nuovo sì notò il broncio su tutti i visi sia perché le cose non sembravano troppo lisce e perché il giornale radio delle 16,30 annunciava l’immediata occupazione dei tedeschi in Danimarca e Norvegia, quindi fu prudente per noi tenerci pronti sui propri posti di guerra. La nostra meta futura era Palermo e quindi la notte stessa partimmo diretti alla capitale siciliana, e dopo aver fatto un giro e mezzo intorno all’isola entrammo il 10 alle 14, festevolmente accolti dai siciliani. Da lì si partì pochi giorni dopo e fummo diretti in uno scuro e solitario porto nei pressi di Salerno, dopo esserci restati per ventiquattro ore da qui si salpa e dopo lunghe e meditate esercitazioni, rientrammo a Gaeta, dove si è restati per circa una settimana, svolgendo giornalmente delle interessanti esercitazioni.
Monti Vincenzo.

Una madre da sfogo al suo dolore per la morte di uno dei suoi figlioli.

La Spezia 11/02/1940( Domenica)
Tema
Una madre da sfogo al suo dolore per la morte di uno dei suoi figlioli.
Tremante dal freddo, con volto spaurito sta la giovane madre accanto al lettuccio del suo caro figliolo. Lei con il cuore alla gola, le lacrime agli occhi, con l’apparato nervoso abbastanza fuori di se. Conta i respiri che l’amata prole emette ad ogni gemito, una spina gli ferisce il più profondo del cuore, rendendo se stessa una creatura disperata. Così da molto tempo segue le orme della malattia che il suo caro ha colpito e che sempre più travaglia. Ormai però siamo alla conclusione, il dottore accerta in ventiquattro ore la salvezza oppure la morte. L’angoscia di quella donna cresce, con rinnovata speranza ancora siede al capezzale, di tanto in tanto gli bagna le labbra, che nonostante la perseveranza materna sono sempre aride. E’ la morte che è vicina, lui la sente, lancia qualche occhiata alla sua cara come per dire: “ Mamma ti lascio” , e così giunge il momento fatale, un lieve miglioramento si verifica in lui, poi un leggero sudore gli copre la fronte, il respiro diviene sempre più affannoso e la madre se ne avvede, avverte i famigliari, i quali cercano d’ingannarla. Giunge per l’ultima volta il dottore, il quale quasi con volto offuscato dice: “ La scienza non può far nulla”. Sono queste le parole che ammazzano la madre mentre il figlio trapassa di questa vita. La donna prima piange, si dibatte, poi sviene, infine non lo vede più. Così sembra la Madonna Addolorata, senza parola, senza più fare passeggiate e dando tutta se stessa per il bene dell’altro figliolo.
Navigazione: Mare mosso, senza pane, mangiare galletta.
Monti Vincenzo.

Un tale per la sua vita non regolare viene sopraffatto da alcune disgrazie, e disperato si vorrebbe togliere la vita, ma un suo amico lo riprende e si

Tema
Un tale per la sua vita non regolare viene sopraffatto da alcune disgrazie, e disperato si vorrebbe togliere la vita, ma un suo amico lo riprende e si mette a fare il galantuomo.
Discendente di nobile famiglia era il signor Di Paola. Lui fin dalla sua fanciullezza sembrava il padrone del mondo, sbruffone con gli amici, sfacciato con i suoi, maleducato verso i genitori, gentile cavaliere di donne alla deriva, dalle quali in parte ne riceveva i migliori complimenti, tutti a danno del suo portafoglio e della propria salute. Appena ebbe terminati gli studi elementari, i quali svolse con pessimi risultati, entrò in collegio dove i suoi prevedevano farlo diplomare, ma nemmeno qui si distinse nello studio, fu lo scandalo dell’intera scolaresca, per la sua condotta, infine, fu addirittura espulso da tutte le scuole del Regno. Tornato a casa nulla preoccupava la sua vita, si dette alla libertà senza pensare da dove proveniva il suo alimento e i soldi che spensieratamente spendeva. Dopo qualche tempo perde il papà, non molto gli commuove il cuore questa grave disgrazia, raccoglie i pochi beni restatigli, senza ascoltare i consigli della vecchia madre ne compra una fabbrica di ghiaccio. La somma spesa ammontava a circa 250000, mentre lui ne possedeva solo 280, il rimanente lo piglia dalla banca di Santo Spirito, all’interesse del 12% . E con ciò si mette in mano alla fortuna, per il primo tempo guadagna qualche cosetta, ma questo denaro veniva da lui buttato via senza più pensare ai debiti che aveva. Dopo di tre anni molto di più era la moneta che doveva all’amministrazione e lì non aveva nemmeno un soldo disponibile, in questo modo gli fu sequestrata la fabbrica, perdeva tutta la sua parte. Con ciò resta in mezzo ad una strada, però l’amorevole vecchia possedeva ancora qualche soldo quindi vivevano alla meglio. La fortuna si fa sempre più pessima, finiscono le piccole risorse, muore la madre e oramai è senza tetto a 29 anni. Non avendo altra soluzione pensa a suicidarsi, di questo se ne confida ad un suo amico, il quale aveva condotto la giovinezza come lui e poi sulla trentina si era corretto mettendosi in buone condizioni. Questo in principio era sempre preoccupato, poi gli dice:” Ma sei matto ?, dimentichi che hai appena 29 anni, anch’io fui come te, lavorerai e vivrai da buon cittadino, peggio di te ce ne sono molti altri e non si disperano affatto e tu per quel motivo pensi così ? “ Il Di Paola tutto confuso pensa allo sbaglio che stava per fare e così trova lavoro in una officina, dove con grande amore impara il mestiere e diventa uno dei più valenti operai del suo reparto. Figlio, moglie, e divenne un ottimo padre. Trapassò da questa vita all’età di 74 anni, circondato da una numerosa famiglia.
Monti Vincenzo.

Un giovane parte militare e prima di partire si reca a salutare il suo vecchio maestro, e questo gli da dei buoni avvertimenti.

Gaeta 28/08/1940
Tema
Un giovane parte militare e prima di partire si reca a salutare il suo vecchio maestro, e questo gli da dei buoni avvertimenti.
Il popolarissimo giovane Emilio, proveniente da modesta famiglia di lavoratori, era stato sempre modello della gioventù. Fin dall’infanzia era ubbidiente, buono con tutti riconoscente verso chi faceva del bene e l’istruiva. Con questa indole ha raggiunto i suoi venti anni, acquistando il bene di gran parte degli abitanti del piccolo paesello. Quando si hanno venti anni si avvicina l’ora di rendere il servizio militare, e lui aspettava questo giorno come una chimera, accarezzava la vaga idea, sognava la divisa, sotto la quale lui era un uomo rispettato, si vedeva eseguire con zelo gli ordini impartitigli dai propri superiori, poi sognava, quando un dì tornava al suo paesello, si recava a salutare quelli che furono i compagni dell’adolescenza, sembrando tra loro un uomo in gamba, parlandogli di ciò che aveva ammirato nei mesi di vita militare, aggiungendo al vero qualcosa di inventato per divenire sempre più ben visto e ricercato. Mentre così fantasticava i giorni passavano. Un bel dì gli arriva la cartolina di precetto, prima ne fu giulivo e poi se ne rammaricò in se stesso, infine si rassegnava in Dio seguendo con fede le orme del destino. Il giorno avanti di partire si recò a salutare il vecchio maestro, il quale era un uomo affettuoso, buono, amico con tutti, sempre pronto a perdonare le piccole mancanze fatte dai suoi alunni, ammonendoli e mettendoli sulla buona via. Ora era in pensione, la vecchiaia, che nessuno rispetta, lo aveva assalito e in breve ridotto irriconoscibile; sulla testa calva vagabondava qualche pelo bianco, senza neppure più distinguere il punto di partenza, la fronte rugosa, il viso colorito di un pallore strano, gli occhi del tutto infossati ultimavano la sua improvvisa trasformazione. Lo accolse con parole calorose e amorevoli, simili a quelle del padre al figliol prodigo. Accolse con dolore la notizia della separazione dal paesello, cercò di confortarlo ed esortarlo a ben operare, perché solo in quel modo poteva essere degno della sua gioventù. Tra l’altro gli ricorda che lui fu Ufficiale e combattente lassù contro l’Austria per la rivendicazione dei sacri confini. Le ultime frasi dettegli furono queste: “ Va oh figlio prediletto e fatti onore, perché la tua patria in voi spera “. Quindi si salutarono ed Emilio partì, ricordandosi sempre le parole del vecchio maestro, come era nella vita civile fu nella militare, facendosi ben volere da tutti.
Monti Vincenzo.

Torna l’inverno.

La Spezia 20/11/1938
Tema
Torna l’inverno.
Torna l’inverno e torna la stagione dell’attività, non più giornate passate ai dolci tepori del sole sulle rive d'un fiume, oppure sulla spiaggia del mare, non più lunghe passeggiate in campagna tra frutti e fiori; ma solo una vita nuova, vita però che sarebbe più indicata per uomini già maturi, perché solo essi trovano piacevole restarsene in un locale appartato e giocare una partita alle carte, oppure recarsi al cinema, ma per noi giovani questa è una galera, eppure solo casta bisogna trovare un po’ di passatempo. E’ veramente triste! Ma cosa fare? È la natura che detta legge.I vicini Appennini che circondano questo ampio golfo di La Spezia, non sono più di colore verde e non ci mandano più quella deliziosa brezza che ci rinfresca come la rugiata ai fiori; essi sono di colore bianco e ci mandano certe correnti abbastanza fredde da farci rabbrividire. Il sole che mai è mancato nel nostro cielo da qualche tempo, si vede di rado e quando esce ha un colore piuttosto sfruttato, come una rosa di maggio dopo alcuni giorni di essere stata strappata dal gambo, guardando poi i nostri giardini mi fanno una brutta impressione. Le fogli vengono giù senza risparmiarsi e ad ogni piccola scosserella di vento la perdita si moltiplica finché il ramo resta spoglio.Eppure, di fronte a tanta malinconia d’altra parte si prepara una vita nuova, la quale ci prepara la vita per un nuovo anno, incominciando dalla semina del grano, la quale ci da pane e vita. Poi guardando gli aridi prati del meridione si trovano d’incanto tutti rinverditi. Le nostre cantine sono tutte belle e piene, il mosto ormai è abbastanza fermentato per prendere il nome di vino, la prossima raccolta degli ulivi ecc.. tutte queste cose ci fanno dimenticare ogni sorta di sacrificio da fare, questo nei riguardi campestri. Osservando le forze armate a me che quasi spetta essere un componente, anch’esse incominciano un periodo di attività, c’è il corpo degli alpini che sfida il freddo dei perenni ghiacciai, c’è poi la Fanteria che fa ripetute marce, in somma è una attività che giammai s’è vista nei mesi estivi, c’è poi la Marina, la quale, mai fa rientrare le proprie navi senza aver mai una nuova uscita in vista. Insomma, l’inverno è la stagione dei lavori e non quella dei divertimenti, quindi per avere una deliziosa estate bisogna passare un brutto inverno.
Monti Vincenzo.

Racconto su un mio amico.

Palermo 11/09/1939
Tema
Racconto su un mio amico.
Ai lettori.
Perdonatemi miei lettori se in questo mio scritto trovate delle imprecisioni, non è affatto colpa mia perché non ho potuto raccogliere tutti i dati necessari per un simile lavoro
. Alcuni cenni mi sono stati dati dal seduttore proprio quando stava per essere trasportato in prigione. Ora ascoltate e giudicate. Il signor Chirico Adolfo fu Pasquale e Maria Bevilacqua, nato e domiciliato a Reggio Calabria nel 1880. Fu educato e inviato sulla strada dei bravi giovani, se nonché di un buon padre ma che non seppe tenere a freno i figli fin dalla adolescenza. Lui, come il papà, lavorava da principio il campicello che gli era restato come eredità, poi incominciò a negoziare con generi alimentari, specie con l’olio, di modo che migliorò le sue condizioni finanziarie. Il signor Chirico, sempre uomo dignitoso, mai aveva pensato di ammogliarsi, ma quando vide che il bel tempo era finito, circa all’età di 35 anni si innamorò della signorina Deantonis Clara, anch’essa di distinta famiglia Calabrese. Si sposarono poco prima dello scoppio della guerra mondiale. Il giovane, pur dolorosamente, dovette abbandonare la cara moglie che sempre si mantenne fedele; lui venne chiamato alle armi il 7 aprile 1915, circa un mese dopo essersi sposato. I giovani sposi dovettero star lontano per circa due anni, finché nel 1917 il signor Chirico ottenne una licenza premio di trenta giorni per un suo atto eroico fatto al fronte. Nel ritorno a casa trova la moglie che lo attendeva a braccia aperte. Per questo incontro lui si potette chiamare l’uomo più felice del mondo, perché lui attendeva un bambino come per grazia del cielo. Il marito ordinò alla moglie di chiamare il bimbo che sarebbe nato Pasquale. Nacque il 7 gennaio 1918 , mentre che la battaglia infuriava, lassù il papà riceve la nobile notizia che gli fa dimenticare qualsiasi sofferenza usate in quegli anni e si sente ancora una volta il più fresco soldato di tutta la linea. Il bimbo, intanto, cresceva bello e forte in modo che a undici mesi, quando lo vide per la prima volta il papà ne restò addirittura meravigliato, e molto loda la moglie per le cure fatte al proprio figlio. Finita la guerra la giovane famiglia viveva nel colmo della felicità, quando aumentò di più con la nascita di un nuovo bimbo, al quale fu messo nome Andrea. Il Pasqualino all’età di sei anni frequentò le elementari e vi si distinse, all’età di undici anni aveva finito le scuole e incominciava la carriera di suo padre che insieme a lui riportava ottimi guadagni. Dopo alcuni anni di questa vita, il signorino incominciò ad essere un po’ impetuoso verso i suoi, non ascoltava gli avvertimenti della buona madre e trasgrediva gli ordini del padre. Frequentava pubblici ritrovi in compagnia di cattivi amici, insomma, è diventato poco dignitoso. Circa a cento metri dalla casa del Chirico c’era il signor Filippo Cora, il quale si era sposato fin da giovane ed ebbe undici figli tra cui la signorina Maria, che come le donne del novecento era abbastanza distinta. Era alta circa 1,75 metri, abbastanza robusta, una bionda capigliatura le ornava la testa, poi due occhioni che riflettevano come diamanti al buio ultimavano la sua bellezza naturale. La nostra ragazza era anch’essa una bambina, una buona bambina. Ad un certo punto della sua vita fa un leggero cambiamento che col passare del tempo divenne sempre più forte. ( Nasce una domanda ) Ma perché due giovani divennero nel corso di un così breve tempo la delusione di due famiglie ? , mentre prima ne erano i simboli. Era perché loro si amavano e loro genitori ne erano contenti, allora essi si accomodarono da loro e si strinsero la mano per un amore eterno. L’incontro amoroso avvenne una sera di maggio, i giovani avevano solo 19 anni, loro erano in un ombroso giardino i cui fiori lo rendevano un luogo incantevole, la luna sorge nel denso cielo calabrese e il loro amore si accendeva man mano che la luna diventava più alta. Dalla loro bocca quella sera non uscivano, come al solito parole d’affari familiari, ma era una sola cosa da risolvere, quella del loro amore. Infine, ben decisi di non più dividersi i loro corpi, si avvicinarono le bocche, esclamando: ” Lo giuro ! “. Sapete, dunque, quale fu quel giuramento ? fu quello di mai più dividersi, mentre stava per venire proprio il momento di un lungo intervallo. Dopo l’incontro amoroso si cercò di affrontare le nozze, mentre i genitori di Chirico non ne vollero sapere, allora i genitori Cora denunciarono Pasquale Chirico come seduttore della figlia, che in realtà era stata lei a volere il tutto, lui allora per non fare brutta figura di fronte ai genitori che in questi momenti difficili avevano incominciato a riamarlo, rinnega l’amore della fidanzata, negando di essere stato lui il malfattore. Allora viene su il processo e il Chirico, mediante alcuni falsi testimoni fa risultare lui innocente, ma questo è poco, perché viene condannato giustamente alla pena di due anni. Il processo fu riappellato, ma l’esito per il Chirico peggiorò da due a sei anni di prigionia, lui si appella ancora e questa volta gli vengono assegnati sei mesi, per il motivo che lui in questo frattempo deve partire militare e quindi viene punito con il codice militare marittimo. Ormai il nostro ragazzo si era rassegnato alla pena da scontare rinnegando la donna che una volta pazzamente amava. Nel frattempo il Chirico era mio compagno di bordo e in verità non l’ho trovato altro che un bravo ragazzo, difensore dell’ingiustizia e rassegnato molto alla disciplina. Siamo ormai al tempo contemporaneo, erano diciannove mesi che era partito da casa quando noi ci trovammo a Palermo. Aveva molto desiderio di rivedere i suoi genitori, ai quali aveva dato tanti dispiaceri, solo per una figura femminile; si presenta al comandante e chiede un breve permesso, che per combinazione gli viene concesso. Parte il 7 settembre 1939, arriva a casa l’8 a mattina, figuratevi l’allegria che ha regnato in quella famiglia. Beve un caffè e va a passeggiare per la città. Ora avviene un fatto addirittura indescrivibile. Il signor Cora insieme ad un figlio si incontrano con Pasquale Chirico, benché quest’ultimo indossava l’uniforme, viene assalito e bastonato, non appena è libero corre a casa di nascosto. Il giovane ormai preferisce avere un’altra meta, ormai non ha più amici d’infanzia e nemmeno parenti, ma ha con se la felicità.
Monti Vincenzo

Racconta una tua crociera all’estero.

10/09/1939

Tema
Racconta una tua crociera all’estero.
La crociera di cui parlo è il viaggio che è stato fatto per accompagnare sua eccellenza il conte Galeazzo Ciano in Spagna. Tutta la seconda squadriglia navale era nella più quotidiana calma, attraccati nel porto di La Spezia dove il levar del sole di ogni giorno ci rendeva sempre più contenti ed emozionati per le future licenze, quando un bel giorno arrivò un fonogramma, ordinando alla settima divisione di tenersi pronti a partire in sei ore. Dopo qualche giorno di attesa si parte. Salpammo da La Spezia il 7 luglio diretti a Gaeta, erano le 2 pomeridiane, il solleone sfavillava sulle volate dei vari complessi facendoli scintillare. I volti dell’equipaggio non erano tutti soddisfatti, in molti si vedeva una triste espressione che quasi palesava la propria stanchezza sul mare. Questi però non erano volontari e nemmeno permanenti, ma tutti richiamati per lo più con mogli o figli. Avevano sperato per questi giorni il congedo, invece ormai avevano la pura convinzione che ancora per lungo tempo gli toccava restare in servizio. Però l’italiano non si avvilisce di fronte a simili privazioni, dopo qualche giorno di navigazione ci sono riapparsi tutti felici e contenti, fumavano per lo più la pipa, raccontando a noi giovani le loro crociere all’estero. Ci parlavano dei divertimenti e dei disagi da loro provati, poi del popolo con cui dovevamo, tra pochi giorni, essere a contatto. Noi tutti li ascoltavamo con ansia e loro consolati dalla nostra attenzione apparirono sempre più ringiovaniti. Debbo dire però che ogni loro discorso si è chiuso con un avvertimento per noi giovani, spiegandoci come ci dovevamo comportare all’estero per far onore a noi e all’Italia intera. Arrivammo a Gaeta il giorno 8, splendido mattino, il sole ci sorgeva dietro la montagna spaccata e con i suoi raggi colpiva tutto ciò che incontrava sulla sua strada. Qui attraccammo e si restò per alcuni giorni, completando la pulizia della nave, per poter fare bella figura sotto il cielo straniero. Ci trattenemmo fino al giorno 11, finché a bordo dell’incrociatore Eugenio di Savoia salì sua eccellenza Ciano, per essere trasportato in Spagna. Al momento dell’imbarco otto unità erano a largo con gli equipaggi schierati sulla dritta di ogni nave. Alle 14,20 avvistammo un apparecchio nel quale c’era il ministro degli esteri, da noi tanto aspettato. Alle 14,25 l’apparecchio tocca mare, fa un giro intorno a noi e poi si imbarca a bordo della detta nave. Alle 14,30 la settima divisione al comando dell’ammiraglio Samiglio salpa dal porto di Gaeta, diretta verso la rinata Spagna. Navigammo tutta la notte senza provare alcuna emozione. Il mattino non sembrava tanto male, ma da lontano si incominciava a vedere il mare leggermente mosso. I vari macchinari erano ancora freschi e avevano bisogno di sfogarsi, come quando un giovane puledro ha mangiato molta avena. Si vedeva il fumaiolo emettere fumo come quando il Vesuvio erutta. Il comando di divisione che ci aveva ordinato di prepararci a tale missione, ci da ordine di navigare a 35 miglia, circa 65 Km orari, figuratevi un po’ come si doveva stare bene lassù. Mare mosso, navi lanciate e vento che fischiava. In breve tutto l’equipaggio si ritrova verso il centro della nave, ognuno teneva l’altro perché il mal di mare ti fa diventare: giallo in viso e occhi color vetro, che veramente fa impressione. Questo tintinnio è durato quasi tre ore, poi ritorna la calma e naturalmente la vita. Ognuno rideva per le marachelle degli altri ma in genere eravamo tutti uguali. Ritornata la normalità non si cercava altro che avvistare terra e naturalmente la città in cui eravamo diretti. Alle 3 pomeridiane del giorno 12 avvistammo terra, ci trovavamo di fronte a Barcellona. L’entrata fu emozionante, entra prima la nave ammiraglia e dopo aver atteso lo sbarco di Ciano entrano i caccia. Vi posso giurare che nei miei pochi anni non avevo mai visto un macello simile. Il porto di Barcellona è uno dei più belli del mondo, sia per lo stile che per la grandezza. Lo rendono distinguibile: la grande roccaforte, che lo difende da qualsiasi incursione aerea e navale; gli impianti per lo sbarco delle merci, i suoi dieci chilometri di banchina tutti con stile. Oggi il porto non è gremito di navi di grande e media misura, ma solo da quattro caravelle sfuggite sotto il tiro dei pionieri d’Italia. Il resto non è altro che un mucchio di rovine, da una parte il porto di Barcellona è il museo del terrore; nelle sue vicinanze tutto è intatto, ce ne da prova la stazione marittima, il palazzo delle corporazioni e infine, l’intera città. A venti metri da tali edifici si trova una nave mercantile affondata. Figuratevi che emozione fu per noi, circa 20000 persone tra uomini e donne erano sulla banchina, per lo più tutti con una falange sul petto. Avevano un aspetto stanco, ma nel loro volto si leggeva l’orgoglio di un popolo che è capace di agire. Restammo alcuni giorni qua, provando grandi soddisfazioni. I lavori a bordo venivano svolti con grande rapidità, con piacere si scendeva a terra, perché la città era grande e bella, molto di più i locali che in essa si trovavano e poi perché la popolazione si mostrava gentile con noi tutti, ansiosi di parlare dell’Italia e della loro Spagna rinnovata. Però di fronte a tanta bellezza si trovavano anche tante rovine, specie nei luoghi sacri, fatte in special modo da quei miseri rozzi, i quali credevano che oltraggiando il Dio e le cose sacre, si sarebbero fatte ancora e vinte le guerre. Dopo 5 giorni di codesta sede salpammo per recarci a Malaga, dove si imbarcava di nuovo Ciano, per ritornare in Italia. Così fummo accolti con molta freddezza e la città non si presentava molto elegante, anzi era un semplice paesetto con qualche giardino e nulla di più. Alle ore 4 del giorno seguente salpammo da Malaga e ci recammo a largo ad attendere l’imbarco di Ciano per poi poter pigliare la rotta dell’Italia. Il ministro degli esteri si è recato a bordo circa 40 minuti dopo, ancora qualche giretto nel porto e poi si parte. La velocità era di circa 20 miglia orari, come si prevedeva si doveva arrivare dopo circa 40 ore di navigazione. Il mare era calmo il servizio si disimpegnava con il massimo scrupolo, la nostra calma veniva interrotta con alcuni allarmi a scopo d’istruzione. Dopo circa 35 ore di navigazione si incomincia a vedere terra ed era precisamente una costa italiana, fu come un risveglio morale, tutto d’improvviso la nave si scuote e incomincia a filare al doppio della velocità. Io stupito guardai le altre unità e osservai che facevano l’identica cosa; in breve gli equipaggi furono tutti in coperta, ancora qualche ora di questa velocità e poi arrivammo nel Golfo di Gaeta, dove tra mille onori sbarca Ciano, quindi noi andammo alla banchina e vi restammo per circa una settimana.
Monti Vincenzo.

Parla di alcuni personaggi storici, i quali durante il risorgimento hanno sbalordito il mondo per i loro atti eroici e per le loro scoperte.

La Maddalena 21/02/1940
Tema
Parla di alcuni personaggi storici, i quali durante il risorgimento hanno sbalordito il mondo per i loro atti eroici e per le loro scoperte.
Molti sono i personaggi che si sono sacrificati per il bene della Patria. Partiamo dal nobile conte di Cavour, il quale si dedicò tutto per il bene dell’Italia, essendo primo ministro durante la rivalità tra Francia e Prussia. Lui si procurava l’amicizia della Francia mandando 15000 uomini in suo aiuto, ove avemmo aiuto dall’Imperatore Napoleone III conquistando l’intera regione Lombarda. Poi Carlo Pisa con 300 uomini sbarcarono all’isola di Ponza cercando di far insorgere l’intero meridione, causa un tranello. Il tentativo finì male, ma loro tutti anziché arrendersi preferirono morire con il ferro in mano, come ricorda il Merontini con la nota poesia “ La spigolatrice di Sapri “. Noto è a tutti l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, che l’Italia bandiva per caccia l’odiato straniero, ritorna in Italia e si batte valorosamente ovunque. Tra le sue imprese si ricordano: la spedizione dei mille, con la quale si aveva la liberazione della Sicilia; dopo di ciò, la liberazione dell’intero napoletano, da ricordarsi è l’incontro di Vittorio Emanuele II con Garibaldi, avvenuto a Teano, piccola città nei pressi di Napoli; il disperato tentativo per espugnare Roma, quando era protetta dai francesi, questo tentativo finì male ed anche lui stesso restò ferito. I fratelli Bandiera erano ufficiali della Marina Austriaca, ma allo scoppio di alcune sommosse loro passarono in Italia facendo parte ad alcune imprese che sfortunatamente fallirono. Loro furono fatti prigionieri e poi quando riconosciuti vennero impiccati. Il loro ultimo grido fu: “ Viva l’Italia”. Il Mazzini, uomo di grande ingegno, fondatore della giovane Italia, una società segreta che ha molto collaborato per la libertà dell’Italia. La sua meta era quella di poter rianimare gli italiani di quell’amore patriottico che i nostri bisnonni una volta possedevano. Molto lui fece, fu esiliato, e come tutti gli altri eroi del suo tempo morì senza avere avuto la fortuna di vedere l’Italia libera e indipendente, come aveva per lungo tempo sognato. Cesare Battisti, anche lui non era in Italia quando scoppiò la grande guerra, ma sentendo in se quell’amore patriottico necessario per fargli affrontare qualsiasi sacrificio. Lui passò in Italia e bandì per la rivendicazione dei sacri confini, ma nemmeno lui ebbe la fortuna di portare a termine la sua impresa perché fu fatto prigioniero e quando riconosciuto dovette morire, si spense con il nome d’Italia sulle labbra. Nazario Lauro, l’ero del mare, Fabio Filzi e molti altri dal lato delle invenzioni e scoperte. Molto si è distinto Guglielmo Marconi, il quale da una nave riusciva a lanciare a tutto il mondo il suo messaggio, e sempre per merito dello stesso altre invenzioni degne di considerazioni, come il telegrafo, sono state fatte.
Monti Vincenzo.

L’undici novembre.

La Spezia 12/11/1939
Tema
L’undici novembre.
L’undici novembre grande giornata per il popolo italiano che in essa rievoca di sua Maestà il Re Imperatore, vittorioso per quattro volte. Nacque nel 1869 da Umberto I e Margherita di Savoia. Giovanissimo si è dedicato allo studio conoscendo le varie parti del mondo, imparando altre lingue diventando un vero poliglotta. Salì al trono il 29 luglio del 1900 dopo la tragica fine del suo avo, il quale fu ammazzato mentre gli si volgeva un mazzo di fiori. Il suo lavoro lo incominciò con volontà e saggezza, in breve l’Italia diveniva una nazione degna del suo nome. Nel 1911 sentii il bisogno di una nuova colonia, là sotto il sole radente, dove tutte le più potenti nazioni d’Europa ne avevano, si vede l’occupazione della Libia, la quale non ci fu concessa molto gentilmente dalla Turchia. Nel 1915 non fu sensibile al grido degli italiani ed entrò in guerra contro l’Austria allo scopo di rivendicare i sacri confini che il Dio ci assegnò quando fece sorgere questa nostra terra. In questa lo si vede fonte tra le fonti, dividendo con loro lavori, privazioni e perfino la scarsa pagnotta che gli giungeva già dura e quasi inservibile. Dopo quarantuno mesi di questa vita ebbe l’onore di poter raggiungere il suo ideale ed eccolo per la seconda volta vittorioso. Nel 1921 salva il flagello che sarebbe sorto, abolisce il vecchio governo debole e inerme per tenere le redini di una nazione giovane e travagliata come l’Italia. Chiama al potere gli uomini che normalmente ne erano degni. In questo frattempo è sorta la figura di Benito Mussolini, Duce supremo del fascismo e il suo nome giammai mancherà nelle pagine della storia d’Italia. Nel 1935, volgendo lo sguardo verso i tempi che furono, si avvide che ormai era giunto il momento per la rivendicazione contro quei popoli rozzi e incivili, comandati da melix al tempo in cui fu trucidata una nostra spedizione, e oggi dal Negus, che nessuna pietà aveva per il suo popolo. Nel corso di un semestre l’intera Etiopia era occupata e quindi per la terza volta vittorioso; ora lo troviamo Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia. Ma non tutto è finito, qualche semestre fa si avvide che un suo collega voleva truffarlo su certi affari riguardanti il governo di Roma, senza esitare ne ordina l’immediata occupazione. Questo suo collega era Zag e la terra occupata è la piccola ma importante nazione d’Albania, la quale nel corso di una settimana fu interamente attraversata e quindi lo troviamo Re d’Italia, Imperatore d’Etiopia e Re dell’Albania. Chi mai al mondo in così breve tempo avrebbe avuto il fegato di fare tante guerre e portarle a termine tutte vittoriose. Però non bisogna dimenticare i forti ausili datigli dal governo fascista. Oh Italia! Patria mia, nobile, cara terra dove i miei avi nacquero e saranno sepolti, dove io spero di vivere e morire. Monti Vincenzo.

La scoperta dell’America.

La Spezia 03/06/1939
Tema
La scoperta dell’America.
Questo tema non è stato trovato intero, ma solo in parte.
………….Colombo buttato in prigione tra mille insulti, dove restò molti anni, infine liberato si ritirò a Valladolid, dove morì povero e deriso dopo aver caricato la Spagna d’oro. Molti esploratori di tutta Europa si recarono in queste terre, tra i quali anche il fortunato Amerigo Vespucci, il quale notò che non era l’Asia, come credeva Colombo, ma bensì un nuovo continente diviso da un solo stretto , e appunto per questo il continente nuovo prese il nome d’America e no Colombia, come giustamente doveva essergli stato dato.
Monti Vincenzo.

La famiglia del buon operaio.

Genova 06/02/1940
Tema
La famiglia del buon operaio.
Spettacolo di grande soddisfazione è la famiglia di un operaio, il quale, tutto adopera per il bene della moglie e dei cari figlioli. Il mattino desto prima del sole, dopo aver dato un bacio alla sua cara prole, con la colazione sotto il braccio va a lavorare, sia al porto, o al cantiere, come in un’officina le ore del giorno gli trascorrono velocemente, mescolando ai colpi di mazzuola, oppure allo stridere della sega i pensieri per la cara famiglia. Mentre egli è intento al lavoro non resta in erme la buona moglie, anch’essa vede il levar del sole, intenda ai lavori del focolare fin da quando il piede il pavimento ha toccato. Quando l’ora della scuola s’è avvicinata per il primogenito, con posa gentile e con il cuore che gli palpita sveglia il caro fanciullo stampandogli il bacio mattutino sulla fronte; esso parte; in casa ormai tutto è in ordine e prima di pensare per l’alimentazione giornaliera, tutta lieta e canterellando una ninna nanna, si reca alla culla dove una paffutella bimbetta dorme soavemente, essa la sveglia, e dopo di averla alimentata del suo stesso sangue, gli cambia i vestitini, dopo di ciò con gioia indicibile abbandona l’amato luogo.Viene finalmente la sera, mentre sul tavolo è pronta la minestra fumante, il bimbetto legge il sillabario, la mamma con la cara bimba sulle braccia passeggia per la camera aspettando il caro marito; il sospirato tic tac finalmente giunge alla porta, lei apre e l’uomo fa l’ingresso con soddisfazione indicibile, si leva il berretto e piglia fra le braccia la cara bimba, mentre regola al maschietto qualche cosa di dolce…. Fatto ciò, soddisfatto dall’accaduto del giorno, si siede alla rustica tavola mangiando la buona cena, quando ha cenato fuma una sigaretta discorrendo con la moglie di affari di famiglia, dei fatti successi in giornata ecc.. .. Quando la stanchezza sopravviene il suo caldo letto è il suo luogo di riposo preferito da dove si alza all’indomani completamente ristabilito.
Monti Vincenzo.

La bussola.

06/09/1939
Tema
La bussola.
La bussola è un piccolissimo ma importante strumento con il quale fin dalla scoperta di essa, i navigatori si sono potuti spingere fino ai grandi oceani, dove fino a quel dì non era stato possibile, perché loro non avevano un punto di riferimento da potersi aiutare. E’ formata da un ago calamitato il quale volge la punta sempre a nord. Perché volge la punta a nord ? Noi sappiamo che intorno alla terra vi è una grande quantità di forze magnetiche, il cui centro è precisamente nei pressi del nord, quindi l’ago essendo calamitato è attirato sempre verso quel punto. E’ da notare che la bussola non ci dà il nord vero, ma bensì il nord magnetico il quale resta circa a tre gradi dal vero nord; essa fu inventata da Flavio Gioia di Amalfi, però si ritiene che fu inventata prima dai cinesi i quali non ne sfruttarono l’efficienza.
Monti Vincenzo.

Io.

15/09/1939

Io.
Io sono Monti Vincenzo, figlio di Rocco e Martini Lucia, nato e domiciliato a Ceprano, provincia di Frosinone, il 2 agosto 1921, da agiata famiglia di lavoratori, dai quali, fui educato ed istruito fino a un certo punto, poi mi fusero alla vita campestre, che io in verità ho sempre odiato, ma che ora rimpiango senza far più in tempo. A sei anni incominciai le elementari, dove subito mi distinsi fra la massa e mantenni simil posto fino alla quarta, quest’ultima però, un po’ per la mala volontà, e anche per una lunga influenza, fui costretto a ripeterla, ma l’anno seguente con rinnovata speranza e, con giuramento, di non più ricadere in simile condizione. Ripresi gli studi, in breve tempo riebbi la fiducia della mia insegnante, la quale, per quattro anni mi ha dato lezione ed ha avuto per me sempre un occhio di riguardo. Terminate le elementari, volevo acquistare ancora un po’ di cultura personale, non avendo altre scuole da frequentare, feci parte del 1° Avviamento al lavoro, questo corso era molto difficile, ma tutto ciò che si imparava, per il mio mestiere era tesoro, perciò studiai con ansia, e mi classificai fin da principio secondo del corso, l’anno seguente, avrei in verità continuato, ma il mio papà, viste le mie capacità fisiche, mi consigliò di incominciare il mio mestiere, io non volevo, però chi ha ragione sono sempre loro, e così mi toccò incominciare a lavorare la terra. Questo mestiere, pur con cattiva volontà, l’ho praticato circa tre anni, ma sempre con l’occhio altrove, per cercare una via d’uscita. Finalmente potei arruolarmi in Marina, questa idea mi scaturì nel modo seguente: Era la domenica delle palme, ed io come al solito di tutte le altre feste, mi recai in città, mentre che passeggiavo con alcuni amici, vidi un manifesto con alcune navi da guerra, che in realtà facevano veramente impressione, una scritta in rosso, che diceva: “ Volete girare il mondo ? …. Un’ottima occasione !… arruolatevi in Marina, non ci pensate due volte “, andai subito al municipio per far i documenti, quei signori impiegati non mi vollero nemmeno far parlare perché era dì di festa, ma vi ritornai il lunedì, e questa volta erano impegnati con altri documenti, insomma vi feci cinque viaggi, infine per merito di una guardia comunale, ottenni tutto ciò che mi faceva bisogno. Ora però siamo al più duro: la firma di mio padre che assolutamente non voleva, ma infine con l’aiuto di mio zio potei ottenere tutto ciò che mi faceva bisogno. Spedii la domanda il 24 giugno del 1937 , quella giornata per me fu addirittura divina, dopo aver atteso circa quattro mesi, ricevetti una cartolina verde, la quale mi diceva che fra qualche mese dovevo partire, figuratevi allora come attendevo io questo giorno, ma trascorsero parecchie settimane, senza aver nulla di nuovo, questo per me ormai voleva significare che io ero in soprannumero, e quindi non dovevo presentarmi affatto, invece, il 19 febbraio del 1938 ebbi la chiamata di presentazione a La Spezia, il 27 febbraio, questo per me fu un duro colpo, infatti attesi con ansia il giorno predestinato, e via con mille proponimenti.
Partii di domenica a mattino, alle ore 6, era un mattino che faceva rabbrividire, ma io ero talmente infuocato dalla gioia che non sentivo nulla, il momento più commuovente fu quando lasciai i miei, salutai per prima la mia vecchia nonna, che mi lasciò cadere lacrime sulla fronte, poi mio padre, il quale mi incoraggiò e mi benedisse, l’ultima fu mia madre, povera donna! come piangeva! Qua non potetti restare nemmeno io impassibile, come le prime lacrime sue mi calarono sul volto una pioggia delle mie si unirono ad esse, io non mi feci accorgere ma piansi, piansi con cuore e mi pentii per la prima volta di aver voluto fare a testa mia. Intanto mi reco alla stazione, accompagnato dal mio fratello maggiore che mi fece il biglietto e tutto. La domenica la passai a Roma da zio, ma io non ero più in me, un po’ che mi trovavo forestiero, un po’ il pensiero ai miei, sembravo veramente uno scemotto, ma questo nessuno se ne accorse per fortuna, altrimenti correvo anche il rischi di dover sentirmi canzonare. Ora che mi sentirei di andare al polo nord, partii da zio alle 11 di mattina, alle 11,38 lasciai Roma, qua in treno mi ripresi un po’, incontrai alcuni giovani che si recavano là, quindi subito amici e poi veri compagni fedeli per tutta la vita del deposito, perché di loro nessuno fu fatto idoneo per fesserie che non vale la pena descrivere, per esempio perché avevano la nicotina alle mani, oppure per un dente cariato ecc.… Arrivammo a La Spezia alle 7, quindi prima di presentarci ci recammo a fare una gita per la città, e poi al deposito C.R.E.M. qua ci presero tutti, riuniti ci dettero la stoviglia per mangiare, quindi il cartellino di riconoscimento e poi ci lasciarono liberi. Il giorno dopo incominciò la visita , ogni quaranta ne pigliavano cinque o sei, per combinazione, insomma di 8715 ne servivano 45 appena questi ne dovevano pigliare, a me toccò il secondo giorno, eravamo 35, accompagnati da un secondo capo infermiere, entrammo e in una sala bianca con letti dell’identico colore, qualche ammalato faceva capolino cercando qualche compaesano, qua ci fu ordinato di spogliarci, in breve fummo nudi e incominciarono a chiamare, avanti a me ne chiamò 13, tutti e 13 scartati, io andai con ferma convinzione di essere fregato anch’io, infatti, mi fece una visita lunga e con scrupolosa attenzione, infine il Capitano che mi aveva visitato si volse al Maggiore e gli disse: “ lo compriamo questo ? “ esso esitò un po’ nel rispondere disse: “ compriamolo”, quindi fui fatto idoneo, mi lasciarono libero senza più che nessuno mi cercasse finché un giorno sentii il mio nome al microfono, che mi dovevo presentare in sala culturale per dare gli esami, mi presentai casto verso la nave, mi trovai di fronte a un Sotto tenente di vascello, uomo calmo ma deciso, mi fa alcune domande alle quali seccamente risposi, poi mi domandò nome, cognome, paternità, dove ero nato e che mestiere esercitavo a tutte queste domande risposi come meglio potetti, infine mi da il punto, ritenni che sia stato 19 ma non ne fui sicuro. Dopo di questo restai in abbandono senza più che nessuno si curasse di noi, ero quasi sicuro di restare, ero in estasi, sperando al più presto di partire per Pola.
Infatti, il 16 marzo fummo tutti chiamati per la scelta, primo, furono presi gli orfani di guerra, poi i figli dei Sottufficiali e Ufficiali in ultimo figli di famigli numerose premarinai, di modo che io non ebbi la fortuna di poter entrare tra questi, infine mi venne domandato se volevo far parte alla categoria degli infermieri, pur con male volontà accettai anziché andare a casa. Dopo 16 giorni di quella vita che per conto mio sarà stata forse la più brutta della mia vita vissuta, per mille e mille ragioni, circa 20 minuti dopo del mio trasferimento di categoria fui chiamato per mettere la firma, in questi istanti si presenta un capo Furiere e dice:” Momento, c’è ancora posto per un cannoniere ”, allora io non aspettai un istante per dire: “vorrei io quel posto”, il comandante quasi ne ebbe compassione di simile espressione, dimostrò che stava per accontentarmi quando un mio compagno reclamò perché voleva andare lui, allora il comandante ci fa tirare a sorte con dieci centesimi, fui fortunato e quindi eccomi cannoniere di nuovo.
Il giorno 17 partimmo per Pola, che bordello che facemmo, eravamo un cinquanta persone compresi alcuni nocchieri, si cantava si rideva, si ballava, era insomma un bordello. Arrivammo a Pola il 18 alle 11 stanchi morti, eppure non sentivamo nulla, eravamo fieri di noi stessi, ci sentivamo ormai soldati uomini destinati alla vita del mare e viaggiare continuamente per la sa grandezza della patria. Qui non appena arrivati il comandante ci fa un bellissimo discorso, poi venimmo affidati a un capitano di bassa forza, accompagnato da alcuni sotto capi ci fanno rapare, poi fare il bagno, e in ultimo ci portarono a mangiare, poi sempre in comitiva ci portarono al casermaggio dove ritirammo una grande coperta e un piccolo materassino, così alle 7 fummo liberi di andare in branda, io subito vi andai e quella notte feci forse più sonno di tutte le altre notti. Al mattino la sveglia per noi fu una mezzoretta dopo degli altri, la giornata la passammo in aula ma senza ricevere alcuna spiegazione.
Dopo qualche settimana ci vestirono, io mi sentivo l’uomo più felice del mondo, finalmente il mio sogno si era appagato, avevo indossato una divisa, ero marinaio e occupavo una delle più belle categorie, Cann. Art. in fin dei conti ero uomo, questo però me lo dicevano i miei superiori perché veramente mi sentivo bambino, avevo solo sedici anni e mezzo.
Dopo qualche settimana si incominciarono le lezioni, il programma si stendeva su una larga porzione di chimica un po’ di pratica e teoria, munizionamento che consisteva nello studio delle polveri, il modo di caricare ecc.. ..
Io fin da principio studiavo e imparavo molto, ho avuto molti elogi dal mio ufficiale, il quale fin da principio mi guardò sempre con occhio benigno. Dopo tre mesi si diedero gli esami per ricavare da essi una graduatoria, su di questi riuscii terzo, si continuò ancora lo studio e di più avemmo quindici giorni di pratica in una polveriera nei pressi di Venezia e questa mi fece molto di più dello studio, agli esami finali mi sentivo molto sicuro di me stesso e perciò nemmeno ci pensavo, mentre alcuni miei compagni si disperavano. A questi esami riuscii il primo del corso, ebbi come premio una medaglia di Vermei e un diploma il quale mi attestava primo.
Finalmente è arrivato il giorno della destinazione, io ebbi la possibilità di scegliere, e scelsi il Carabiniere, un C.T, il quale ancora si trovava in cantiere a Genova.
Per recarmi là, dovetti attraversare tutta l’Italia settentrionale, fu un viaggetto veramente di piacere, si era al tempo in cui l’Europa si trovava in brutte acque per la questione ceca che poi si risolse con l’accordo di Monaco per opera di Benito Mussolini, primo ministro d’Italia. La gente interna quando vedeva un marinaio rimaneva meravigliata, tanto è vero che a Milano davanti alla chiesa del Duomo, a noi lanciavano il cordone, poi volevano sapere se si faceva la guerra, io tutti incoraggiavo, assicurandoli della pace, come infatti avvenne il giorno seguente. Arrivai a Genova, qua la vita non era brutta, fuori tutte le sere, non si lavorava, non si faceva nulla del genere, questa vita durò per tre mesi circa, poi si è allestita la nave e quindi si parte per La Spezia. Entrammo in squadra e facevamo parte alla seconda squadra navale, sotto il comando dell’Ammiraglio Pini, qua svolgemmo lunghe esercitazioni, si usciva generalmente tre volte a settimana e tutte le navigazioni erano di 18 – 20 ore, diciamo che si stava quasi sempre fuori, eppure io ero contento.
Dopo di queste navigazioni si incominciò a toccare qualche città nuova, come per esempio Gaeta, Napoli, Palermo, Taranto, Messina, Castellammare del golfo, Livorno, Santa Margherita, e Rapallo. Tutte queste città sono italiane ma sono stato anche due volte in Spagna centro, Cadice per la prima volta, poi Barcellona e Malaga, ed ora su per giù le navigazioni sono sempre le stesse. In questi giorni mi sono sentito veramente un po’ nervoso e quasi avrei abbandonato tutto alla deriva se non avessi pensato ad un avvenire, eppure ormai sono l’uomo che ha sognato di essere l’uomo che gira il mondo, però speriamo che questa emicrania se ne vada subito e ripigli il mio felice atteggiamento d’uomo e soprattutto da militare perché ormai sono diciannove mesi di codesta vita.
Monti Vincenzo

In un paese fa strage il colera, una madre presa dalla malattia per non infettare i suoi cari va a morite lontano da essi.

La Spezia 18/02/1940
Tema
In un paese fa strage il colera, una madre presa dalla malattia per non infettare i suoi cari va a morite lontano da essi.
Da molto tempo la piccola cittadina era infettata dal colera, gli abitanti, per lo più miseri operai, erano tutti innocenti vittime. Alcuni generosi davano loro aiuto, ma tale era la strage che ogni tentativo ormai era vano. Pochi furono i fortunati che riuscirono a scamparsela. Tra queste famigli ve ne era una che era il simbolo di tutte, composta di mamma e papà con quattro fanciulli di cui l’età maggiore era quella di quindici anni e quella minore di cinque. Alimentata da buon pasto e riguardata da altrui contatti, questa famiglia era restata intatta, però bisognava che uno girava, e tra tutti la madre prende la responsabilità dell’alimento da brava massaia, quasi tutto si procurava da se nel suo orticino e dal suo granaio, però questo non bastava per la vita dei suoi, quindi era costretta a fare alcune spese in città, dove ogni angolo aveva giaciuto un morto, se non due. Grande vi era l’infezione, e la povera donna dopo non molto, fu anch’essa colpita da simile malattia, lei lo vide subito ma senza farlo accorgere ai propri cari. Con la febbre o quasi e con il affannato, sempre con più amore conduceva a termine i propri lavori, ma quando la morte non era lontana e c’era il pericolo di trasmettere la malattia ai suoi cari, una mattina mentre essi dormivano se ne va salutandoli così nel sogno: “ Addio mio caro Beppe che per me e per i miei figli sempre ti sei sacrificato con amore, mi hai voluto sempre bene fin dal giorno che ci unimmo, spero di rivederci nell’altro mondo. E tu, caro Giannino, sempre mi hai baciato la mano e ora non più potrai, e come farai ? Oh! Mio Gigi la tua madre muore e tu non più la vedi, spero che la vergine benedetta mi sostituisca. Addio caro Minetto, il cuore mi martori perché troppo giovane sei ma l’anima mia tra poco ti sarà vicino senza il pericolo che ti si propaghi il colera “, così dicendo la donna abbandona la propria dimora, non cammina più di tre chilometri che cade e muore. Il cadavere fu presto rinvenuto e sepolto con grande onore. Presto l’infezione va via e nessuno più muore in questa famiglia.
Monti Vincenzo.

Il tempo moderno in Europa.

La Spezia 07/09/1939
Tema
Il tempo moderno in Europa.
Oh!…… si tutto è cambiato in Europa da pochissimo tempo, se non erro continuerà a cambiare, perché vi si è notata e tuttora si nota dell’ingiustizia verso alcuni popoli, ma oggi che le grandi nazioni, si sentono di poter affrontare a lotto libera, i propri oppressori, riscattano la libertà dei propri sudditi. Infatti, si fa la prova pratica e non teorica, ed è proprio la nostra Italia, che si fa vedere qualcosa del genere Come è noto qualche anno fa riscattò quel suo possedimento in oriente, poi ha soccorso a braccia aperte i suoi figli in Albania e non tarderà a liberare quelli che si trovano oggi per duro bisogno in Tunisia, sotto il comando di alcuni signorotti francesi, che da costoro vengono sfruttati come il bifolco sfrutta il suolo. Il Duce ha detto che questo deve sparire e noi non aspettiamo che il suo segnale per agire, perché fa pena vedere un fratello che lavora dalla mattina a sera, e appena vi ricava la vita, mentre il suo nobile padrone senza far nulla, vive nello sfarzo e nel lusso, oltre a questo vi ricava anche qualche felice passeggiata a Montecarlo. Perché tu vile! Metà di codesta moneta non l’aumenti ai tuoi operai, che ne hanno puro diritto? Ma bensì la sprechi in vizi e stravizi, che ti abbrutiscono l’animo e ti rovinano la salute?…….. . Orsù dunque sono gli ultimi giorni se non erro; risvegliati e rispetta chi ne ha diritto. Guardando verso la sponda opposta del mare nostro, la Spagna, che ha combattuto e vinto coloro che come parassiti vivono sulle spalle della povera massa operaia. Volgendo lo sguardo oltre le alpi, la nostra cara alleata, che ha avuto sempre carattere e potenza di grande nazione, ha incominciato da qualche tempo a riunire sotto di se alcuni suoi territori, che una volta furono suoi, infatti, si è visto l’occupazione d’Austria, quella di una porzione Ceca e ora si vede il riscatto infuocato di Danzica, tutto promesso dall’intera Polonia. Ecco tutto ciò che è avvenuto nel corso di minuscoli anni, non posso descrivere l’avvenire perché il cielo non mi dia simil dono, però vi saranno fatti molto più emozionanti perché i popoli che marciano sono forti e freschi; precedentemente preparati, e la loro alleanza è veramente ferrea, perché sono tre rivoluzioni che si incontrano, i loro capi sono uomini sobri e austeri ben sicuri della propria potenza, essi giammai si divideranno finché la pietà celeste non li chiama a se per ricompensarli dei loro sacrifici.
Monti Vincenzo.

Il mio paese.

Messina 24/09/1939
Tema
Il mio paese.
Il mio paese è Ceprano, situato sulla sponda destra del fiume Liri, dal quale è quasi circondato; confina a nord con Arce, a est con San Giovanni a sud con Falvaterra a ovest con Strangolagalli. Il territorio è per lo più pianeggiante quindi è intensamente coltivato, producendo ogni sorta di cereali, ortaggi, grande quantità di vino che viene esportato in qualsiasi parte d’Italia, moderata quantità d’olio ecc.. .. Come risorse industriali vi è l’industria della ceramica, i cui oggetti vengono esportati in ogni parte d’Italia, vi si trova una la quale da la vita a centinaia di famiglie, due fabbriche di ghiaccio e di gassosa, da ricordarsi è la famosa centrale elettrica la quale da corrente all’intera Italia centrale, codesta è stata costruita sotto il governo fascista ed è stata inaugurata nel giugno del 1929. Come edifizi è da ricordare le tre torri le quali con stile ottocentesco dominano l’intera città. Poi il Villino Lino, la Villa Cristina con un magnifico edificio, il famoso palazzo di Paliani e l’edificio scolastico modernissimo e fatto con stile. Tra le chiese è da ricordare quella di Santa Maria Maggiore, quella di San Rocco, S. Antonio, della Santissima Annunziata e in ultimo il famoso Convento dei Carmelitani, conosciuto da tutto il mondo cattolico. Ceprano gode di un ottima posizione geografica quindi è ottimo ritrovo per le stagioni autunnali ed estive.
Monti Vincenzo.

Il quattro novembre.

La Spezia 05/11/1939
Tema
Il quattro novembre.
Il quattro novembre è l’anniversario della vittoria di Vittorio Veneto, questo è un giorno sacro per la nostra Italia, perché in questo ci siamo riconsacrati, per i giorni e per i secoli, padroni assoluti delle sacre alture. Dopo alcuni anni di indescrivibile sacrificio si è potuto portare a termine il famoso apologo di un certo scrittore, il quale dice:” L’Italia è la nazione che il mar circonda l’Alpe” . Questa frase, sorta proprio durante il risorgimento, è stata tenuta dagli italiani come la parola d’ordine per la sentinella, che è vigile sul sacro solco della patria. Questa breve preposizione è giunta all’orecchio degli italiani, si è internata in loro fino al più profondo del cuore, richiamandoli all’amore patriottico, infatti, si è visto tanto sacrificio, sofferto con ansia, con amore, con speranza di cessare, quando i rivali avessero cessato per mancanza di vita. Questo è il giorno fatale, in cui l’esercito italiano vedeva crollare sotto i suoi colpi un altro esercito che fu il più potente del mondo. Esso risalì in gran disordine le valli che aveva sceso con poca sicurezza. L’Italia è la nazione che sfortunatamente è stata costretta per lunghi anni sotto il gioco straniero. L’origini delle occupazioni si fanno risalire al crollo dell’Impero Romano, i popoli si sono alternati facendo dell’Italia l’anfiteatro dell’Europa, ma tra gli oppressori non si è mai visto un popolo tiranno quanto l’Austro. Molte sono state le vittime legate al tricolore, il duello finì con circa 600000 morti e con oltre un milione di feriti. L’Italia perdeva sì il fiore della gioventù, ma il nemico non poteva affatto paragonare le proprie perdite perché erano molto più rilevanti. Per l’Italia e gli italiani questo fu un grande giorno, ma per alcuni rinnegati no. Mentre la guerra divampava lassù, loro se ne stavano imboscati nelle città sfruttando la popolazione, fu il giorno del terrore perché loro volevano la rovina dell’Italia. Questi inermi arrivarono al punto di insultare i combattenti e schermire i feriti. L’inerte governo d’allora assisteva a simili spettacoli con la massima indifferenza e per questo le cose si aggravarono in Italia; si incominciò a fare sciopero e con questo la patria stava per bruciare il suo più bel giorno. Ma la provvidenza tutto vede e appunto quando le cose in Italia si erano molto aggravate, esordì un uomo, il quale aveva provato il sacrificio per la patria, radunò attorno a se tutti coloro che avevano combattuto per la grandezza della patria, stringendoli intorno ad un fascio, il quale voleva indicare che tutti i cuori degli italiani erano così uniti. In breve le cose migliorarono, ma poi bisognò marciare su Roma e presentare a I. M. la vittoria di Vittorio Vento, perché fino a quel dì nessuno aveva fatto simile atto. Quest’uomo di idee così grandi fu Benito Mussolini, tuttora vivente, Duce del fascismo, Ministro della Marina, dell’Aeronautica e della guerra. Nel corso di pochissimi anni tutto ha cambiato in Italia: non più scioperi, ma lavoro; fece e riformò i vari ministri; mise a buon punto le condizioni finanziarie, dando grande impulso allo sviluppo della Marina da guerra e dell’aviazione. Infine, l’opera immortale è la riapparizione dell’impero dopo 15 secoli sui colli fatali di Roma, non da scordare l’occupazione dell’Albania. Tutto questo è stato fatto per volontà del Duce e del Re. Lui ha detto: ” L’Italia vuole un posto nel mondo” e infatti glielo ha procurato, perché oggi l’Italia è una nazione temuta dai nemici e rispettata dagli amici.
Monti Vincenzo.

Il lusso.

20/02/1940
Tema
Il lusso.
La cosa che al mondo è da tutti ricercata è il lusso, mentre esso non è altro che alimento dell’industria, causa della miseria di molte popolazioni, esso non è vero che rende un individuo più bello, anzi ne trasforma l’aspetto, sembrando una profumeria. Una giovane donna è spesso una modella con pelliccia e paltò; abito a tre quarti e spolverino, cremato il viso, pitturate le labbra e le unghie, incipriato l’intero corpo, lasciando ovunque passare di quei odori che fanno arricciare il naso alla modesta e pulita giovinetta. Poi trattando l’uomo, vestiva con il cilindro e farfallino sembrando un cocchiere funebre, girando per la città come un Don Giovanni mentre alle volte in tasca non conta che poche monete d’argento, tutto ciò è segno di poca dominazione di un individuo; un giovane una volta vestito con decenza e accortezza e sempre più simpatico e attraente di un nostro simile.Questa volta ha la fortuna di osservare che poche sono le donne che fanno simili cose e quasi nessun uomo è illuso dello sforzo, ma sempre si mantiene nella linea di data persona. Di queste cose se ne vedono molte in Francia, ricca ne è l’Inghilterra, ora però se ne avvede l’intero stato cosa vuol dire mollezza. Beati gli stati ove questo è ritenuto come orrendo vizio.
Monti Vincenzo.

Il figlio incompreso.

Genova 29/01/1940
Tema
Il figlio incompreso.
Questo tema è stato trovato non completo, manca la parte iniziale.
…….. Su via, cerca di abolire quella falsa opinione che in te domina e poi me ne informerai delle tue condizioni morali. Il tuo caro papà ha abbandonato questa vita non molto contento di te, però ricordi mi promettesti che saresti divenuto il modello della gioventù, invece a seconda dei riferimenti avuti dai tuoi compagni ancora nulla si vede di migliorare, ma perché ? Ricordati che nella vita tutto è possibile basta volere agire come la giusta coscienza detta. Orsù dunque, da bravo italiano e fascista, forma dei nuovi concetti tutti a bene della famiglia, società e stato, mantenendosi sempre pronto ad impugnare l'arma, quella che fu la sposa prediletta dei nostri nonni finché il nome fatale di Roma possa risuonare in tutti i punti del globo e il bel tricolore sia la bandiera nazionale.
Monti Vincenzo.

Il Comandante Bedeschi Visto, sbarcare!

La Spezia 10/01/1940
Tema
Il comandante Bedeschi Visto, sbarcare.
Il capitano Nicola Bedeschi, comandante del Caccia Torpediniere Carabiniere, è uomo sicuro delle sue cose, sicuro nella vita di marinaio e di comandante. Lui in un memorabile discorso ci diceva: “ Ufficiali, sotto Ufficiali ed equipaggio di questa nave, vi faccio presente che questo è un preziosissimo lembo della nostra patria, come vedete, ieri era una massa di ferro isolato dalla vita, oggi no, è ben popolato di uomini veramente degni di esso, incominciando dall’umile fochista all’impaziente D. Tiro, i quali in pace e in guerra se necessario collaboreranno insieme, trionfando insieme tra i vittoriosi, quindi è nostro obbligo mettersi con buona volontà incominciando da me, per fare un passo addirittura da giganteper arrivare e superare quelle che sono le più potenti navi del mondo”. Queste parole ci vengono dette il 12 gennaio del 1939 a Genova, dove ancora mai il Carabiniere aveva navigato sotto dirigenti della R. M. in questa prova tutto è andato bene, quindi all’opera. Fummo a La Spezia in brevissimo, ci trovammo a pasto e incominciammo così le prime gare di tiro, in queste gli animi erano dominati da una spiedata invidia che corrodeva i cuori. Noi venivamo incoraggiati dal comandante e poi quando era possibile ci dava dei consigli che non tutti i comandanti danno. Lui ci ha guidato in acque italiane e straniere, toccando per primi l’Oceano che gli altri caccia nemmeno sognano. Ricordo in una navigazione, lui guardava gli apparecchi che con il rombo potente dei loro motori incrociavano le nostre rotte e ci guardava con occhio fisso e invidioso. Un Ufficiale gli domanda: “ Comandante, perché guardate ? “, e lui rispose: “Figliolo mio, anch’io fui pilota e tuttora lo sono e di più Ufficiale osservatore ed ho un dubbio, che prestissimo non mi chiamano di nuovo qua”. Nessuno ci fece caso, però nemmeno un mese dopo ci riuniva dicendoci con le lacrime agli occhi: “ Miei cari, nella riunione fatta è stata presa una decisione, vi annuncioche sbarco, non so dove sono destinato ma ho il dubbio che passo di nuovo all’aviazione”. E dopo averci augurato a tutti buona fortuna con le lacrime agli occhi se ne va. Lo sbarco fu veramente emozionante. Saluta tutti gli Ufficiali e poi a testa bassa imbocca la passerella, quando è a terra guarda di nuovo, e di tanto in tanto lanciava sempre delle occhiate veramente dolorose per lui e per noi perché non troviamo più a bordo Bedeschi.
Monti Vincenzo.

Il carbone bianco e il carbone nero.

La Spezia 21/11/1939
Tema
Il carbone bianco e il carbone nero.
Il carbone bianco propriamente detto è l’acqua, il carbone nero è il carbone fossile. Intanto interessiamoci del carbone bianco cioè l’acqua. Essa prende il nome di carbone perché con i grandi impianti idroelettrici fa camminare treni i quali raggiungono una velocità superiore a quella delle locomotive a vapore, tram che costituivano una certa intensità di rapidi movimenti per le grandi città, dove sarebbe poco possibile fare con l’auto, specie in questi momenti così critici e per nulla con delle carrozzelle come nel 7oo, ci fornisce poi la comoda lampadina la quale illumina abbastanza una camera ed è meno costosa della vecchia lampada a petrolio, è stata poi la base di partenza per quel nostro grande scienziato il quale ha permesso lo studio di moltissimi ed utili congegni tra cui la telefonia senza fili e poi gli ha permesso dalla nostra patria di poter lanciare il suo messaggio al mondo intero. L’Italia favorita dai suoi fiumi che discendono dalle alpi formando grandi cascate. E’ ricca di questa energia e con ciò non si deve più annualmente sforzare. Milioni di questa specie all’antipatica Inghilterra, la quale contiene i più grandi giacimenti, come essa pure la Francia, pochissima quantità ci viene data dalla Germania che possiede notevoli miniere. Il carbone fossile esisteva ancora prima dell’uomo ma non era da esso conosciuto, l’incominciò ad adoperare solo nel secolo XIII e poi man mano si è fatto sempre più il nome finché era diventato indispensabile specie per la scoperta per la scoperta della macchina a vapore. La quale subito si ha fatto strada per terra e per mare. Dunque il carbone sono sei secoli o quasi che si adopera mentre l’elettricità solo in una metà di esso si ha fatto grande strada nella storia delle materie indispensabili. L’Italia però non solo con la corrente elettrica può alimentare tutti i suoi macchinari, ma ha bisogno ancora di combustibile simile al carbone fossile, il quale è liquido e prende il nome di nafta, per l’Italia ne servono migliaia di tonnellate all’anno e la sua produzione non basta nemmeno per motori terrestri quindi bisogna che ne importa di molta quantità. Ora però questo acquisto è stato limitato per l’occupazione dell’Albania dove si trovano molti pozzi petroliferi e altri combustibili del genere. Però è sempre considerevole la quantità che si acquista perché essa viene adoperata come combustibile della flotta, la quale è grande e potente solca tutti i mari e tocca tutti i porti affermandosi sempre più. In Italia poi si usano altri combustibili come l’antracite la legnite il carbone di legna ecc.. ..Come abbiamo visto l’acqua è quella che spegne il fuoco mentre l’uomo l’ha resa ancora più bruciante del fuoco stesso.
Monti Vincenzo.

Descrivere uno che si crede quello che non è

Gaeta 02/09/1940
Tema
Descrivere uno che si crede quello che non è
Di questi individui ce ne sono di pochissima quantità, ma quei pochi sono intollerabili al cento per cento, essi se vivono in mezzo alla società si distinguono dagli altri, sulle mosse che fanno, nel muoversi, nel parlare nel presentarsi, vorrebbero avere una somma superiorità sugli altri, si adoperano infatti per averla, ma quando sono sul termine conclusivo di un discorso fanno sempre la figura che gli spetta, e precisamente quella che può fare un povero ignorantello venuto dalla strada. Non so se lo avete mai provato quando è ridicolo uno di esso recandosi al cinema, con un passo alla gaga, vestendo dei più moderni vestiti, mentre la pancia canterella chiedendo alimento, e con in tasca appena il denaro per l’entrata. Con le su indicate maniere si accosta al bigliettaio e compra l’assegno e si avvia verso la platea. Quando entra come primo errore non si leva il copricapo, poi un attacco di tosse gli sopravviene ed ecco comparire una magnifica sputata sul pavimento mandando alcuni spruzzi sulle persone vicine, non essendo poi abituato a stare continuamente a sedere gli si gonfia la pancia e molla qualche delizioso odorino, i vicini se ne avvedono e lo guardano alle spalle, lui però ingolfato nella sua ignoranza, e vedendo che tutti lo guardano crede che lo ritengono un superuomo, e così tra una sbadigliata e l’altra si chiude lo spettacolo, il quale è stato per lui un ora di tortura. Non credo opportuno citare altri esempi perché la storia non finisce mai.
Monti Vincenzo

L’alcolismo.

La Spezia 26/11/1939
Tema
L’alcolismo.
L’alcolismo è una delle più brutte malattie finora conosciute, è terribile per gli individui e ancor di più perché essa si trasmette di generazione in generazione. L’uso degli alcolici e tuttora non necessario all’uomo, lui non sostituisce quella sorgente d’acqua come lo si crede, agisce direttamente sull’apparato nervoso, lo eccita per un certo momento e poi lo fa ricadere in una estenuante debolezza, tanto che l’individuo non si regge in piedi, ma oltre a questo si demoralizza poi il morale, perché un alcolizzato non più ragiona. Sono dannosi tutti i liquori: grappa, acquavite, vermut ecc.., poi i vini presi in considerevoli quantità e continuamente, tanto che aggrava sempre più la situazione perché qualvolta l’individuo dopo un certo tempo che fa uso di dette bevande con un solo bicchiere perde il dono della ragione. Dove vi sono molti alcolizzati vi regna grande discordia nelle famiglie, perché il papà generalmente è l’essere che pensa a procurare il pane per i propri figlioli, si ritira nella bettola, gioca, spendendo quei quattro soldi, forse destinati dalla buona moglie in mille altre faccende. La moglie sempre amorevole cerca di riportarlo sulla perfetta strada, ma oramai costui non ha più cuore e percuote la povera donna, impaurisce i piccoli figli; è un vero terrore!…. Con questo la società decade, la miseria cresce, si popolano sempre più manicomi e ospedali, rendendo molte volte dura la vita ad un insieme di persone. In una nazione dove gli alcolizzati abbondano, non vi sarà mai concordia, non sarà mai grande, potente, libera, unita, indipendente. Benedetto sia il governo fascista, il quale punisce con severe leggi tutti gli alcolizzati del Regno.
Monti Vincenzo.

La faccia allo specchio.

Siamo esperti su noi stessi. Nessun altro conosce i nostri pensieri, le nostre aspirazioni o la nostra storia come noi. Tuttavia gli altri ci battono per una cosa: la nostra faccia. Vedono il gioco delle nostre espressioni, e noi no.
Per imparare queste cose, ricorriamo allo specchio.
Vedere quotidianamente la nostra faccia nello specchio è un’esperienza extracorporea.
Ma gli specchi sono sempre stati il terreno su cui lottano l’introspezione e l’illusione. L’immagine che mostrano è vera e ingannevole allo stesso tempo. E’ un’immagine netta, vivida, ma la persona dello specchio non esiste.
Facciamo l’occhiolino, sorridiamo, annuiamo, salutiamo e guardiamo il nostro gemello che, dallo specchio, ci risponde nello stesso modo.
Prima del Rinascimento, la maggior parte delle persone non vedeva mai con chiarezza la nostra faccia. Gli specchi più antichi che conosciamo sono dischi di ossidiana provenienti dalla Turchia, risalenti al 6500-5700 a.C.
Sotto la prima dinastia gli egiziani inventarono i primi specchi metallici di rame, e gli ingegnosi olmechi li realizzavano di magnetite, ematite e pirite di ferro.
Sin dall’inizio lo specchio è stato considerato una stregoneria.
La nitidezza degli specchi moderni ha ucciso la cristallomanzia. A dire il vero già i romani avevano inventato lo specchio di vetro, ma l’immagine riflessa era torbida a causa dello sfondo plumbeo, e quindi i nobili usavano specchi di bronzo.
Furono i veneziani a creare lo specchio moderno. Intorno al 1460 inventarono il primo vetro trasparente, e nel 1507 Andrea e Domenico d’Anzolo del Gallo applicarono su un lato un amalgama di stagno e mercurio creando il primo specchio veramente nitido. L’invenzione fece fiorire a Venezia un’industria renditizia il cui metodo di produzione era tenuto segreto; la città ne mantenne il monopolio per oltre 150 anni.
Negli specchi cerchiamo noi stessi.
Guardando, diventiamo allo stesso tempo la prima e la terza persona, l’osservatore e l’osservato.
C’è chi nello specchio cerca la sua umanità.
Nello specchio perfezioniamo noi stessi. Ci facciamo belli, ci trastulliamo con la nostra immagine nello specchio, sorridendo con compiacenza, con malignità o con timidezza, guardandoci con intensità.
Sperimentiamo le espressioni come degli attori, e cerchiamo di giudicarle come osservatori imparziali. La faccia diventa un materiale malleabile, scolpito dall’interno.
Stranamente può accadere quasi di riflesso di migliorarsi guardandosi allo specchio. Alcune persone si controllano continuamente allo specchio, e si appiccicano subito addosso espressioni attraenti, usando lo specchio come un servo.
Anche quando siamo soli davanti a uno specchio, bariamo con noi stessi.
E l’autoinganno può verificarsi automaticamente. Il cinese Han Fei Tzu affermava che uno specchio in cui non vediamo i nostri difetti è come l’autoanalisi in cui non riusciamo ad ammettere i nostri peccati.
Lo specchio è il simbolo e il piacere della vanità, ed è stato definito il “vetro adulatore”.

La caricatura.

La caricatura è stata definita, nel secolo XVII come un metodo di fare ritratti che mira a una maggior somiglianza nell’insieme di una fisionomia mentre tutte le altre parti componenti sono cambiate.
Queste immagini dell’arte possono essere convincenti senza essere oggettivamente realistiche.
La caricatura ha presa sulle masse, e Honoré Daumier fu il primo grande artista in questo campo a sfruttare la litografia e le rotative che rendevano accessibili a molti periodici. Durante la rivoluzione del 1830 ritrasse i personaggi politici eminenti sulla rivista "La Caricature”. “In queste facce animalizzate si possono vedere e individuare chiaramente tute le piccole bassezze di spirito, tutte assurdità, tutti i ghiribizzi intellettuali, tutti i vizi del cuore” scrisse Baudelaire.
Nella caricatura identifichiamo una persona reale con un’immagine comica.
Possiamo guardare una faccia sorridente, esageratamente gonfia, e dire “E’ Bill Clinton”. La tecnica richiede equilibrio. Da un lato, l’artista può limitarsi a esagerare un solo tratto del viso. Per Richard Nixon ci vuole un naso gonfio, ma anche gote paffute e un mento squadrato, e per quanto strano possa sembrare, di solito i caricaturisti concordano su quali siano i tratti fondamentali da accentuare. D’altra parte, l’artista deve evitare gli eccessi. Esagerare i tratti salienti può essere insufficiente. I computer sono in grado di farlo, ma di solito gli uomini disegnano caricature più mordaci.
E’ stato dimostrato empiricamente che identifichiamo una buona caricatura più rapidamente di un disegno lineare preciso e completo. E per quanto sorprendente, le caricature sembrano anche più realistiche. Da uno studio recente in cui venivano messe a confronto immagini autentiche e caricature elaborate a computer, entrambe di qualità fotografica, è emerso che la caricatura ci appare più somigliante.
La distorsione sembra più precisa della realtà anzi, quest’effetto si accentua con la familiarità. Con le facce note, i soggetti sceglievano le caricature più estreme considerandole le più somiglianti.
Sembra un paradosso: meglio conosciamo una faccia, peggio la vediamo.
Tali scoperte hanno indotto alcuni psicologi a definire le caricature “superritratti”.
Secondo loro, identifichiamo le facce servendoci di una stenografia basata su alcuni tratti del viso particolari, accentuati nella caricatura ma non nel ritratto fedele.
La caricatura inserisce le variabili essenziali direttamente nella formula, mentre il disegno lineare completo le accumula disordinatamente insieme al resto, e dà lo stesso valore a tutti i lineamenti.

La maschera e la faccia.

Le maschere sono i giocattoli dell’Io. Sono facce che si possono indossare, personaggi momentanei, il genere di travestimento più immediato e diffuso. Hanno sempre consentito alla gente di giocare con l’identità.
Come molte altre innovazioni culturali, le maschere risalgono all’alto paleolitico.
I melanesiani, gli aztechi e i nigeriani realizzavano maschere con i crani.
Anche la pelle di esseri umani morti è stata utilizzata come materiale per maschere.
Nessuno sa perché sono nate le maschere. Forse all’inizio servivano durante la caccia, perché facilitavano l’avvicinamento della preda.Può darsi che siano nate da strumenti di un potere sovrumano.
Per molto tempo hanno rappresentato la morte. Le maschere dei morti conservano la somiglianza e possono diventare icone di un nuovo dio-antenato.
Le maschere possono far assumere le caratteristiche dei fantasmi.
Le maschere possono essere abitazioni degli dei.
Questo collegamento con il soprannaturale ha moltissime sfaccettature, e in realtà la maschera è il volto dei sogni. Portandola possiamo essere chiunque desideriamo.
Gli scopi delle maschere si trasformano di continuo, come i desideri delle persone.
Inoltre le maschere hanno svolto svariate funzioni nelle diverse culture, venivano indossate per enfatizzare le danze rituali per spaventare il nemico in battaglia, per placare gli dei, per accompagnare un governante all’altro mondo, e per entrare in comunione con la divinità.
Oggi, in occidente, le maschere spesso celano l’identità anziché trasformarla.
Nella notte di Halloween un bambino si veste come un demone o un cowboy, ma non si comporta nello stesso modo e i frequentatori di feste mascherate adottano un’identità da personaggi teatrali. La faccia non li tradisce più, e i ceppi dell’identità vanno in frantumi. Perciò molti si sentono più liberi, meno responsabili, e lasciano sbocciare le loro personalità segrete. Talvolta una maschera può rivelare una persona.
Il Carnevale è la festa di gala apocalittica di ogni anno, prima del periodo morto della quaresima.
Di recente i veneziani hanno ridato impulso al carnevale che è animato da una folla di turisti mascherati.
Nei banditi europei oltre a nascondere il volto, la maschera segnò l’affermarsi di una moda o almeno di un sistema per distinguere i briganti dal volgo fino al Cinquecento.
Nell’Ottocento, nel West i banditi si coprivano il naso e la bocca con il fazzoletto, un trucco imparato dai minatori, che evitavano così di farsi entrare la polvere in gola.
Per i rapinatori, oggi la maschera è una strumento di lavoro indispensabile, perché esistono le telecamere dei sistemi di sicurezza, la tecnologia per l’identificazione, e una televisione che ha la possibilità di diffondere una fotografia in tutto il pianeta. Di solito i delinquenti indossano oggetti facili da trovare in commercio, come maschere di Halloween, passamontagna e calze di nylon.
Non potremmo percepire o riconoscere i nostri simili se non potessimo cogliere l’essenziale e separarlo dall’accidentale.
Comunque sia la struttura di base della nostra faccia non rimane statica perché essa cambia durante la vita di giorno in giorno e di anno in anno. Meglio conosciamo una persona, più spesso ne vediamo la faccia, e meno notiamo questa trasformazione.
Tuttavia nessuna crescita o decadimento può distruggere l’unità dell’aspetto individuale.
Molti di noi sarebbero incapaci di descrivere i singoli tratti dei nostri amici più intimi, il colore degli occhi, l’esatta forma del naso, ma questa incertezza non pregiudica il nostro sentimento di aver familiari i loro tratti, che riusciremmo a isolare tra mille, perché rispondiamo alla loro espressione caratteristica. C’è una sorta di espressione generale dominante.
La ripresa cinematografica non può mai essere così insufficiente come l’istantanea, perché anche se coglie una persona mentre strizza l’occhio o starnutisce, la sequenza spiega la smorfia che ne risulta, mentre nella istantanea corrispondente non sarebbe possibile interpretarla.
Considerato da questo punto di vista, sia la macchina fotografica sia il pennello possono fare astrazione del movimento e tuttavia produrre un’immagine convincente non solo della maschera ma anche della faccia, dell’espressione viva.
Tendiamo a proiettare vita e espressione sull’immagine arrestata e ad aggiungere in base alla nostra esperienza ciò che non è presente. Perciò il ritrattista che voglia compensare la mancanza di movimento deve innanzitutto mobilitare la nostra proiezione. Egli deve sfruttare le ambiguità della faccia immobilizzata in modo che le molteplicità delle possibili letture diano luogo alla parvenza di vita.

Il riso come processo espressivo.

L’espressione del volto umano e il gioco dei lineamenti hanno un potere misterioso.
Essi svolgono una funzione essenziale nel contatto fra uomo e uomo, (“comportamento espressivo” o “patognomonica”).
Quando cerchiamo di definire il comportamento espressivo di una persona, facciamo uso di due tipi di dati: le sue reazione involontarie agli stimoli e i segnali ch’egli invia ai suoi simili, perché soltanto una parte del suo comportamento espressivo è diretta verso gli altri, mentre il comportamento nel suo complesso che viene percepito dagli altri e contribuisce a stabilire il contatto sociale. All’espressione intesa come mezzo di contatto, si dà il nome di “linguaggio mimico”.
Facciamo una distinzione fra problemi linguistici e problemi di storia del linguaggio mimico. Nell’ambito di questi ultimi possiamo far rientrare le ricerche di Darwin, che tentò di scoprire le modalità di sviluppo della patognomonica, intesa come strumento di comunicazione, nel corso dell’evoluzione umana. Si tratta di un problema che riguarda la preistoria del comportamento espressivo. Ma anche dopo la sua costituzione, il “linguaggio mimico” non è stato certamente privo di storia. Esso si è differenziato secondo l’età, la posizione sociale, la razza e il periodo storico, al pari del linguaggio dei gesti.
Paragonati a questi problemi di storia e preistoria del linguaggio mimico, quelli strettamente linguistici possono sembrare alquanto più modesti. L’indagine può volgersi in questo caso al vocabolario del linguaggio patognomonico, ai vari tipi di espressione patognomonica, e, nel caso del riso, ai tipi di riso; la risposta a questi problemi rientra nell’ambito di un lavoro di descrizione o classificazione.
Un’altra indagine può avere per oggetto la grammatica patognomonica, e qui il problema è costituito dal modo di formazione di ogni singolo atto patognomonico, nel caso del riso dal modo in cui esso nasce come processo somatico e, soprattutto, patognomonico, il che interessa l’anatomia e la fisiologia della patognomonica.
Infine possiamo rivolgerci alla sintassi in cui s’inquadrano il vocabolario e la grammatica dei processi patognomonici.

Il riso come atto sociale
Alcune persone sono raccolte in una stanza e qualcuno incomincia a ridere: il riso si propaga e diventa atto sociale.
Il riso scoppia, secondo una teoria che ha trovato ripetute conferme quando una certa somma di energia psichica, che è stata sino allora immobilizzata nel controllo di determinate tendenze, diventa improvvisamente inutilizzabile.
Una parte dell’energia psichica liberata deriva da un risparmio nel consumo dell’energia di rimozione, il resto - il piacere ottenuto – deriva da una comune regressione e dai una comune utilizzazione di modi di pensare infantili.
Il piacere ottenuto dalla regressione ci dimostra che l’adulto ha bisogno di un certo impegno di energia, per frenare entro di se i procedimenti operativi del processo primario, che si aprono un varco attraverso i modi di pensare infantili impliciti nel comico dell’adulto.
Il riso è un processo somatico, contraddistinto da due caratteristiche: si esprime in un movimento ritmico, determinato in primo luogo da un’interferenza dei muscoli intercostali nell’espirazione, ed è accompagnato da un eccitamento di tutto il corpo, che è chiaro soprattutto nell’accesso di riso, quando tutta la persona è scissa dalle risa.
Lo scuotimento ritmico del corpo che si osserva nel riso ha segno positivo.
È piacevole, aiuta a scaricare l’energia psichica, obbedisce insomma al principio di piacere.
Nel riso tutto l’organismo diventa “apparato d’espressione”.
Una certa parte almeno dell’energia resa libera per il riso deriva da un risparmio nel consumo dell’energia che sarebbe altrimenti spesa per salvaguardare il nostro “comportamento adulto”, e farci apparire nel “pieno controllo” del nostro comportamento motorio ed espressivo.

Il controllo del riso
Siamo inclini a concederci al riso e a lungo, per la distensione che ci procura.
Il riso appartiene al vasto gruppo dei “divertimenti” che sono anch’essi caratterizzati dalla stessa distensione e dallo stesso volontario sprofondare al di sotto della fastidiosa norma di comportamento quotidiano adulto.
Ci può anche capitare di ridere senza volere; il riso può essere in opposizione all’Io, può coglierci di sorpresa. Ridendo ci indeboliamo; chi ride è indifeso.
Spesso è molto difficile interrompere un accesso di riso, e molto più facile prevenirne l’inizio, controllarlo prima che si scateni.
Il metodo migliore, come tutti sanno, è quello di rivolgere altrove la nostra attenzione: la funzione attentiva dell’Io viene sollecitata a interrompere un processo minaccioso, che altrimenti sarebbe incontrollabile.
Nell’apparato patognomonico esistono due grandi gruppi di azioni sostitutive. Invece di ridere si può fare una faccia seria: così si evita il riso, ma sul nostro volto persiste un’espressione un po’ artificiosa, che deriva da una particolare forma di rigidità.
Le vie che portano alla motilità sono chiuse; ogni guizzo nei muscoli facciali è bloccato che di essi s’impadronisca il riso.
L’altro sistema è più sottile: se il primo può essere definito una deviazione completa dell’io, questo ci colpisce come una battaglia vittoriosa, in cui il desiderio di ridere risulta dominato e si riduce a un sorriso.
Oltre al riso quindi c’è anche il sorriso che esprime invece una gioia moderata, una misura controllabile ed è quindi una testimonianza del trionfo dell’Io.

Alcuni disturbi tipici del comportamento espressivo
Per cominciare ricordiamo Freud secondo cui il controllo dell’Io sulla motilità è così saldo da resistere all’urto della nevrosi e da rompersi unicamente in caso di psicosi.
Diciamo prima di tutto che questi disturbi possono colpire due funzioni fondamentali dell’Io.
La prima concerne l’integrazione dei singoli impulsi patognomonici; la seconda interessa la successione temporale del processo patognomonico.
L’integrazione di un singolo impulso patognomonico spesso non può avvenire perché ostacolata dall’Io; i casi nei quali si reprime un’espressione, si soffoca un dolore fisico, e in genere tutti i casi in cui vogliamo celare quello che succede dentro di noi. E’ chiaro come qui siamo già vicini al confine del patologico, che viene oltrepassato nel momento in cui il “non rivelare se stesso” diventa una meta istintuale.
Si è spesso osservato che danzatori e acrobati hanno un sorriso singolarmente vacuo e artificioso; questo sorriso dovrebbe accrescere l’effetto dell’esecuzione, dando l’impressione di un risultato ottenuto senza sforzo. Anche qui dunque il sorriso è maschera, vale a dire atto patognomonico sostitutivo, riconoscibile come tale in quanto sospinge a lato un’altra espressione.
L’esempio è interessante perché ci consente di capire come mai il sorriso non risulta convincente. L’esame della posizione patognomonica rivela che la nostra impressione di un “sorriso vacuo, artificioso” nasce da una “falsa innervazione” sia di un ramo del muscolo zigomatico sia, del muscolo orbicolare che risulta contratto anziché rilassato.
L’artificiosità del sorriso deriva dunque del fatto che a sorridere è soltanto la bocca; il sorriso non si ripercuote sulle altre parti del viso. In breve, in questo caso manca l’integrazione di impulsi patognomonici che hanno direzioni differenti.
Per esempio, il riso o il sorriso che coglie una persone che sta facendo le condoglianze rappresenta un’autentica deviazione dell’atto patognomico, cioè una parapatognomia.
Gli aspetti dinamici del processo sono agevolmente individuabili: si tratta di un atto mancato nell’ordine patognomonico.
Gli impulsi contrastanti non hanno trovato un’integrazione reciproca. Possiamo però indicare che questa è anche una delle origini della smorfia.
Il modellamento che l’atto fisiologico della risata subisce per opera dell’Io è una chiara conferma della tesi secondo cui qualsiasi processo di formazione e strutturazione del materiale psichico dev’essere considerato funzione dell’Io.
Il linguaggio mimico è illimitato, capace di una grande varietà di espressioni; il suo vocabolario, la sua grammatica e la sua sintassi sono straordinariamente ricchi, e questa dovizia è tanto più sorprendente in quanto la patognomonica è poverissima di termini corrispondenti alle radici verbali. Il riso, situato al limite tra comportamento espressivo e comportamento intenzionale, acquista il proprio significato di azione espressiva.

La gioia e il sorriso.

I bambini per prima cosa piangono ma come seconda, ridono. Generalmente i neonati iniziano a sorridere prima di due mesi, facendo del sorriso la seconda espressione che appare sul viso umano.
Il sorriso che appare sul viso di un bambino di due mesi, comunque, non differisce in modo significativo da quello di un ottantacinquenne. Una volta che si inizia a sorridere, si sorride sempre nella stessa maniera.
Il sorriso non è soltanto l’espressione che ci portiamo dietro pressoché intatta dall’infanzia alla vecchiaia, ma è anche l’espressione facciale più universalmente accettata e incoraggiata in tutte le società umane.
Ci sono ombreggiature emozionali più sottili in un sorriso di quanto non siano in qualsiasi altra espressione. I sorrisi possono contenere elementi di altre espressioni come tristezza o rabbia, e creare volti di affascinante ambiguità e complessità.
Come la tristezza, possono essere definite espressioni potenti anche quando sono appena visibili.

Il sorriso:quanti muscoli?
I sorrisi sono un’espressione efficiente: che si stia parlando di un sorriso aperto o di una risata a crepapelle, il numero di muscoli coinvolti è sempre lo stesso: due, uno specialista e l’altro generico.
Lo specialista è lo zigomatico maggiore che ha l’incarico di descrizione più ristretto rispetto a qualsiasi altro muscolo di espressione; la sua unica funzione sul viso è quella di tirare la bocca in un sorriso. L’altro è il grande muscolo circolare dell’occhio, l’orbicularis oculi che ricopre molti ruoli in molte espressioni diverse, come il pianto, l’ira, il disgusto e il dolore.
Nel sorriso, l’orbicularis oculi ricopre un ruolo indispensabile: se non partecipa al sorriso, il sorriso non sembrerà felice. Infatti se si sorride con la bocca ma lasciando gli occhi neutrali, si perde qualcosa di fondamentale al calore e al fascino dell’espressione.

L’importanza dell’occhio nella sincerità del sorriso.
L’occhio increspato verso l’alto è importante per la sincerità di un sorriso perché dice la verità, mentre la bocca può mentire. Stringere e corrugare l’occhio è un’azione involontaria che rientra nella categoria dello starnuto o del brivido, mentre tirare la bocca in un sorriso è un’azione diretta e volontaria.
Si può sorridere a prescindere da quello che si prova, ma non si possono increspare gli occhi o piangere a comando. C’è un riflesso che ci fa socchiudere gli occhi quando sorridiamo e l’essere semplicemente rilassati fa diventare quel riflesso un’azione. Esso si basa sul ruolo della contrazione dell’orbicularis oculi, il muscolo che socchiude l’occhio, che gioca un proprio ruolo nella protezione dell’occhio dallo stress interno.

L’occhio
Non appena nasce un sorriso, l’occhio inizia a socchiudersi a ogni stadio della risata o del sorriso. Se, in un sorriso, l’occhio non si socchiude abbastanza, istintivamente si rifiuta quel sorriso come “falso”.
Nella risata a crepapelle, l’occhio si socchiude poco di più a causa della contrazione dell’orbicularis oculi. Viene circondato da una “forma di pressione”.
Nella risata, agisce solo la parte palpebrale interna e la metà inferiore del muscolo, con il risultato che l’occhio viene socchiuso molto di più dal basso.
Ogni volta che c’è un sorriso la palpebra inferiore si accorcia, si stende e scivola in su verso l’occhio.

La bocca
Quando si sorride o si ride, la bocca si allarga e i denti superiori sporgono. Sono così bianchi e la bocca dietro così nera, che la potenza che portano i denti incorniciati dalla bocca è considerevole.

Le guance
Le guance si ammassano in su quando l’orbicularis oculi e lo zigomatico maggiore si contraggono individualmente. L’ispessimento e arrotondamento delle guance è una delle forme più caratteristiche del sorriso.
Dal momento in cui qualcuno inizia a sorridere apertamente, l’arrotondarsi delle guance verso l’alto è maggiore e, tra tutti i connotati, è quello molto meglio definito.
Quando si sorride, più si è contenti e più è forte l’azione congiunta dei due muscoli; in altre parole, più il sorriso è ampio e più stretti appariranno gli occhi e piene le guance. Al contrario, quando il sorriso sfuma, la tensione del muscolo dell’occhio si rilassa e l’iride si rivela più completamente.
E’ un equilibrio molto sottile. Non si può costringere l’occhio a strizzarsi proprio nella giusta misura rispetto all’ampiezza del sorriso, ma se dietro c’è il sentimento, avviene tutto automaticamente. Anche la nostra percezione del sorriso è automatica, ecco perché rispondiamo molto più calorosamente a quei sorrisi che ci appaiono “giusti”.

L’atto di sorridere è innato, e nei bambini si manifesta fin dalle ore di vita. I bambini nati ciechi e sordi sorridono, anche se non hanno mai visto un sorriso. I primi sorrisi compaiono da due a dodici ore dopo la nascita, e sembrano privi di contenuto. I bambini si limitano a produrli, e questo contribuisce a consolidare il legame con i genitori.
La seconda fase del sorriso incomincia tra la quinta settima e il quarto mese di vita. E’ il “sorriso sociale”: il bambino sorride quando fissa il viso di una persona.
Può essere suscitato anche dalla voce e dal contatto fisico. Ma il concetto di “sorriso sociale” non è ancora definito con assoluta chiarezza.
Alcuni studiosi ritengono che il sorriso umano derivi dalla “faccia giocosa” o “faccia rilassata a bocca aperta” dei primati. Questa espressione, in cui la bocca si spalanca o gli angoli si ritraggono appena, è meno somigliante al sorriso umano. Ma si riscontra in contesti analoghi, coinvolge gli stessi muscoli, e talvolta può far pensare al nostro sorriso.
A quanto pare rispondiamo automaticamente con un sorriso a un sorriso sincero, anche se stiamo solo guardando delle fotografie. Ci piacciono i sorrisi, ed è per questo che ne vediamo tanti nelle pubblicità televisive, sulle facce di chi ci vuole vendere qualcosa e spesso su quelle degli estranei.
Dale Carnegie diceva che i sorrisi possono conquistare degli amici e influenzare la gente, ed effettivamente la ricerca ha dimostrato che le persone sorridenti ci appaiono più simpatiche, socievoli, attraenti, capaci e oneste di quelle che non sorridono.
Spesso sorridere segnala compiacenza, intenzione di collaborare. Forse il sorriso è l’espressione più facile da riconoscere fra culture diverse perché favorisce la cooperazione. E forse per lo stesso motivo è l’espressione simulata con maggior frequenza. Eppure il sorriso è anche una delle espressioni più ambigue.
Esistono diversi tipi di sorrisi: il sorriso triste, il sorriso correttivo, il sorriso di acquiescenza, il sorriso di corteggiamento, il sorriso di imbarazzo, ecc.

Qual è il motivo fondamentale del riso?
E’ una questione assai più seria di quanto si pensi. Tendiamo a considerare frivolo il riso, che però è onnipresente, e spesso intenso. Influisce nei rapporti sociali, nei modi di essere amici, persino nell’accoppiamento. Ed è molto gradevole. Jules Renard ha detto: “Siamo al mondo per ridere” e le persone cui non piace ridere sono più rare di quelle cui non piace la vita stessa.
Tutte le espressioni del viso hanno un loro costo. Consumano energia e possono attrarre i predatori, quindi devono assolutamente offrire almeno altrettanto vantaggi. Aristotele afferma che l’uomo è l’unico animale con la caratteristica di ridere, e tecnicamente ha ragione. Ma se le altre creature non ridono, è per lo stesso identico motivo per cui non parlano: manca loro l’attrezzatura.
Ridendo, blocchiamo ripetutamente l’emissione di aria dai polmoni, di solito producendo occlusive o fricative glottidali.
Gli animali non ridono come noi, a quanto pare Darwin ne era convinto. Se si fa il solletico a un giovane orango, osservò, sorride ed emette un rumore chioccio. Gli brillano gli occhi, e quando si smette di fargli il solletico la sua faccia si illumina, in un’ espressione simile al sorriso.
Basandosi su tali scoperte, lo psicologo Glenn Weisfeld della Wayne State University ha azzardato un ipotesi sull’evoluzione del riso. Ritiene che sia incominciato con il solletico.
Come ha osservato Darwin, soffriamo il solletico in zone che gli altri toccano di rado come le costole o le piante dei piedi. Nei bambini il solletico sembra la simulazione giocosa di un’aggressione. Li aiuta a sviluppare i riflessi di difesa di quelle zone, e il loro risolini incoraggiano l’adulto a insistere. Quando cresciamo e controlliamo queste reazioni possiamo arrivare a trovare spiacevole il solletico.
E secondo Weisfeld, dal solletico e dal gioco fisico, il riso diventò una reazione al gioco sociale, dove serve anche ad affinare le capacità.
Per esempio prendere in giro qualcuno corrisponde a un’aggressione scherzosa, e aumenta la nostra capacità di reagire agli insulti veri e propri. Le battute richiedono facoltà di deduzione, un’abilità essenziale in qualsiasi campo.

E’ scientificamente accertato che le persone dotate di umorismo reagiscono meglio allo stress. Già il ridere in sé riduce lo stress fisiologico e psicologico, come sostiene la teoria della liberazione di Spencer.
Rollo May e altri psicologi affermano che le persone spiritose riescono a guardare i propri problemi con un certo distacco, a vederli in prospettiva. Ma forse hanno semplicemente maggior potere sociale, più controllo sugli eventi che producono stress. I ricercatori hanno scoperto che l’umorismo corrisponde a un’immagine di sé positiva.
Non sorprende il fatto che la scelta di un partner sia basata almeno in parte sul divertimento e sul riso, che svolge un ruolo importante nel corteggiamento.
Da un’ interessante ricerca sulle conversazioni fra giovani estranei tedeschi è emerso che più un uomo faceva ridere una donna, più lei voleva rivederlo. Ma il fatto che una donna fosse spiritosa non provocava la stessa reazione negli uomini. Essi desideravano rivedere una donna quanto più lei rideva delle loro battute.
Nel sesso femminile, il riso, come la dilatazione delle pupille, segnala l’interesse, e in realtà le donne sono consapevoli di quanto sia importante dal punto di vista strategico ridere agli scherzi degli uomini. Gli uomini, da parte loro, sanno quanto è importante inserire gli approcci amorosi in un contesto giocoso.

Gridare e piangere.

Il grido sembra essere un fenomeno universale nel genere umano, è una reazione generale dell’individuo consistente in due componenti fondamentali: la vocalizzazione e il pianto. La vocalizzazione comprende il richiamo, lo strillo, l’urlo, il gemito, il piagnucolio, il lamento e il brontolio; il pianto, invece, viene qui definito come lo spargimento di lacrime dovuto a uno stimolo emozionale. La componente vocale del grido è presente sia negli animali che nell’uomo, mentre il pianto è un fenomeno esclusivamente umano.
Il grido iniziale del bambino al momento della nascita è un puro atto riflesso, dal momento che il neonato è incapace di attività volontarie. Questo grido, di fatto, gli salva la vita: esso svolge una funzione fisiologica basilare, dal momento che induce l’espansione della capacità polmonare. Il grido che si attiva subito dopo la nascita sembra essere una risposta a un bisogno fisiologico, come la fame, il freddo o il dolore. Man mano che questi bisogni vengono soddisfatti, al sistema si aggiunge l’elemento del condizionamento, e dunque le grida divengono sempre più finalizzate al raggiungimento di uno scopo. Il bambino “si aspetta” una risposta dall’ambiente e grida perché la madre venga ad attenuare il suo disagio. La natura di questo grido è essenzialmente vocale, il suo fine è di attirare l’attenzione di una persona che si trova a una certa distanza.

Sviluppo del pianto
Darwin afferma che il pianto è stato acquisito solo nel momento in cui l’essere umano si è staccato dal ceppo del progenitore comune del genere Homo e da quello delle scimmie antropomorfe. Nell’espressione culturalmente accettata del dolore, si ha un’integrazione delle due componenti del grido: il pianto e la vocalizzazione
C’è poi un altro significato del pianto,collegato al lutto. Secondo Jackson la persona in lutto che piange fa ricorso ad una tecnica sviluppata durante l’infanzia,che ha lo scopo di permetterle di liberarsi di ciò che dà fastidio. Quando il dolore è localizzato in qualche parte del corpo, il flusso delle lacrime può parimenti funzionare come una sorta di sollievo emozionale. Nel lutto, le lacrime possono aiutare a lavare via il dolore della separazione. Nelle parole di Ovidio, “è un sollievo piangere: il dolore è soddisfatto e portato via dalle lacrime”.
Il pianto sembra avere lo scopo di lavare via dal corpo il dolore e gli affetti dolorosi. Nei confronti del dolore, ci comportiamo come se esso fosse qualcosa di eliminabile dai nostri corpi, e per compiere questa eliminazione mettiamo in moto l’intero nostro apparato corporeo. L’organismo cerca con tutte le sue forze di espellere gli affetti dolorosi.
E’ stato ipotizzato che le lacrime tendano a comparire più facilmente quando sono in gioco la paura, il dolore e la gioia. Il pianto può presentarsi anche quando la paura svanisce.
Weiss ritiene che il pianto di gioia al lieto fine sia un pianto di tristezza.
Afferma Elizabeth Barrett Browning: “le lacrime sono il linguaggio silenzioso del dolore “.
Il pianto, essendo più espulsivo e repellente che non attraente, potrebbe tendere a funzionare come una richiesta di aiuto dall’interno, e la vocalizzazione potrebbe invece essere una richiesta di aiuto e di sostegno dall’eterno.
La secrezione lacrimale che ha luogo nel pianto può essere vista solo come un aspetto di una reazione generale del corpo in cui viene stimolato l’intero sistema ghiandolare, provocando la secrezione di fluidi.
Nella nostra cultura, le lacrime vengono solitamente versate come conseguenza di un dolore fisico o mentale di uno stato di sofferenza, di esperienze sentimentali, di scene esaltate, nonché al lieto fine di una situazione di tensione o di pericolo.

La tristezza e il pianto.

Quasi tutte le espressioni hanno la loro radice nella primissima espressione: l’urlo che lanciamo quando veniamo al mondo. L’espressione della tristezza è, naturalmente, quella più legata al nostro grido iniziale.
Le varie forme di tristezza differiscono tra loro principalmente per l’intensità. La lunga abitudine di collegare il pianto a qualsiasi livello di angoscia causa una contrazione involontaria di alcuni muscoli del viso, come se ci si preparasse a piangere anche quando poi non lo si fa. Questa preparazione crea un tipo di faccia che, anche quando non è così evidente, ritrae, senza possibilità d’errore, l’infelicità.Una faccia triste induce inoltre alla compassione e al soccorso. La faccia contratta dal dolore quindi inchioda l’attenzione e può essere anche quasi insopportabile.

I muscoli che danno forma alla bocca

La bocca quadrata che urla viene creata da una spinta in su e da una in fuori. La spinta in fuori è molto intensa, con una forte tensione a tirare e tendere il labbro inferiore. La spinta verso l’alto del ramo mediano del muscolo del ghigno è più mite, ma abbastanza forte da squadrare il labbro superiore e creare la piega naso-labiale. Le guance si gonfiano molto, spinte in su sia dal muscolo del ghigno che dalla contrazione dei muscoli intorno all’occhio. Anche il mentalis si contrae quasi sempre quando si piange.

L’occhio stretto
L’occhio “stretto” è il risultato della contrazione dell’orbicularis oculi e di parte del corrugator. Quando questi muscoli si contraggono, causano una forte pressione obliqua sull’occhio. Quando si piange, l’aria viene emessa dai polmoni con più potenza del solito. Dai polmoni all’occhio si instaura una reazione a catena con il risultato finale che i capillari dell’occhio si allargano, creando una certa tensione. Per contrastarla, l’orbicularis oculi e il corrugator premono sul bulbo oculare. Più il pianto è intenso, più è intensa la contrazione intorno al bulbo oculare.

Il pianto a bocca aperta: gli adulti.
Gli adulti raramente si abbandonano al pianto disperato. Quando si piange in preda ad una totale angoscia, si assomiglia molto ai bambini. Si dà energicamente voce alla propria infelicità, con la bocca spalancata e squadrata e con gli occhi sepolti dalla massa contratta della parte superiore del viso. Gli occhi stretti sono l’aspetto cruciale, senza il quale l’elemento del pianto a voce alta non sarebbe evidente. La stessa bocca può essere aperta o chiusa, ma gli occhi sono sempre stretti. Più sono stretti e più il pianto apparirà intenso.

Il pianto: a bocca chiusa
La maggior parte delle espressioni adulte appaiono generalmente abbastanza contenute. Questo volersi trattenere si esprime sul viso in diversi modi.Una parte del viso può provare a disfare un’azione istintiva in un’altra parte del viso e tutte le diverse forme nuove appaiono in questa tensione tra forze opposte. Questo tiro alla fune è assolutamente involontario. Il primo segnale di volontà di trattenersi dal piangere è la bocca parzialmente chiusa. Il secondo, è la comparsa di una nuova forma sulla parte superiore del viso: la fronte del dolore, creata dalle azioni opposte del frontalis (in alto) e del corrugator (in basso).Piangere è un’azione complicata e dinamica e in effetti non c’è un unico aspetto del pianto.Un aspetto della tristezza è la “fronte del dolore” che è la forma assunta dalle sopracciglia quando il frontalis prova a strappare il controllo delle loro azioni al corrugator che le tira verso il basso. Il risultato è un imprevedibile tiro alla fune in cui non vince nessuno. Ma su tutti i volti, c’è quella piccola piega accidentale, quella sottile torsione nel sopracciglio di un terzo della distanza tra l’angolo interno e quello esterno, ed è quello che tira così forte sui nostri sentimenti più profondi.Le sopracciglia sono l’elemento chiave del codice della tristezza.

Completamente infelici
L’elemento principale della nostra percezione dei volti completamente infelici è l’aspetto della bocca, tesa e distorta dalle stesse azioni che vediamo nel volto del pianto, anche se leggermente meno marcate. Il che, insieme al sopracciglio angosciato e agli occhi tristi, dà al viso un aspetto di tristezza che può benissimo essere l’orlo del pianto.Il pianto è spesso breve, la tristezza, invece, può proseguire molto di più. Infatti, meno intensa appare la tristezza, più si interpreta come un momento in un umore in corso.

La fisiognomica.

La fisiognomica è l’arte di indovinare il carattere dai lineamenti del volto.
In origine la fisionomica era concepita come l’arte di leggere il carattere nella faccia, ma i tratti cui essa prestava attenzione erano esclusivamente i tratti permanenti. Alcuni critici dissero che non sono i tratti permanenti che ci permettono di leggere un carattere, ma l’impressione delle emozioni.
La faccia di ciascuno di noi è come una mappa del tesoro del carattere, piena di linee invisibili e mutevoli: questo dà un vantaggio a chi la decodifica.
E per secoli ci sono stati osservatori intenzionati ad assolvere questo compito.
Molti pensano che esista un rapporto genetico fra la superficie della faccia e le caratteristiche mentali ed emotive. Il nostro codice genetico produce molte strane associazioni, per es., in molte diverse culture le persone valutano i volti nello stesso modo, basandosi sull’autorevolezza. La collegano ai segni dell’età –l’attaccatura dei capelli che arretra, la faccia larga, gli occhi più piccoli- e secondo alcuni psicologi questi tratti sono comparsi per indicare l’età matura. L’autorevolezza viene associata anche con caratteristiche come le labbra sottili e le sopracciglia basse.
Alcuni tratti evocano la cordialità. Gli occhi grandi sembrano più dolci, le sopracciglia sollevate per natura vengono mese in relazione con l’affetto e la docilità.
I sorrisi ci piacciono, migliorano il nostro giudizio rispetto all’intelligenza, all’umorismo, alla bontà e alla sincerità.
Ovviamente il fascino della fisiognomica consiste nel fatto che è speculazione sulla mente, ed è una materia su cui tutti desideriamo indagare.

Il viso e le emozioni.

Esistono sei espressioni universali: la tristezza, l’ira, la gioia, la paura, il disgusto e la sorpresa.
Charles Darwin è stato il primo a suggerire le espressioni facciali come linguaggio universale. Egli preparò un questionario che inviò a missionari, insegnanti e coloni nelle zone più remote dell’Impero Britannico. Tale questionario chiedeva di annotare le espressioni degli aborigeni. Da questo studio, combinato con i molti anni di osservazioni personali, Darwin concluse che le espressioni che aveva studiato in Inghilterra erano le stesse che venivano descritte in altre zone. Questa conclusione è stata poi sostenuta da molti studi recenti in materia, alcuni dei quali portati avanti su persone che non avevano avuto precedenti contatti con società esterne.
Con la sua natura curiosa e investigativa, Darwin cercò poi di scoprire il perché individui senza nessun legame culturale esprimessero le proprie emozioni nello stesso identico modo. La sua conclusione fu che le espressioni sono comportamenti innati e non appresi in un secondo momento. Se ognuno di noi dovesse imparare a sorridere, lo farebbe in modo diverso. Sorridere, piangere e le altre espressioni emotive rientrano dunque nella categoria dei comportamenti istintivi.
Secondo Darwin è innata anche la nostra abilità di percepire le emozioni dal viso.
L’arte di comunicare un’emozione non dipende dalla precisione fotografica o dal disegno accurato di tutte le rughe. Sottolineare ogni espressione è una specie di codice, una serie limitata di elementi come base fondamentale per la nostra capacità di riconoscerle.
Un’espressione sarà chiara ed evidente solo quando c’è un’azione contemporanea nella zona occhi/sopracciglia e nella bocca.
Per la maggior parte di noi, le espressioni di base sono involontarie; compaiono automaticamente, e di solito non è possibile contraffarle.
L’espressione più facile da riconoscere in assoluto è il sorriso sincero, il bagliore della felicità, ed è un sorriso inconfondibile.
Le espressioni facciali sono antiche e hanno avuto a disposizione milioni di anni per entrare nel DNA. Noi umani ridiamo, piangiamo, arrossiamo e abbiamo una gamma di espressioni più complesse il cui significato , nel tempo, si è impresso nella nostra mente. Quindi in generale non riusciamo a spiegarne nemmeno il meccanismo essenziale. Abbiamo l’impressione di non vedere i movimenti muscolari, ma i mutamenti e gli impulsi della mente stessa.
Queste espressioni spesso trascendono le parole, poiché le precedono.

Icona

La faccia è il classico simbolo, l’icona del potere. Appare sulle monete, le banconote, le medaglie, i francobolli, i tabelloni, i busti pubblici. Può essere colossale e grandiosa.
In tutte le icone la faccia si fonde con un’idea. Le icone non esplorano un’identità ma la distillano e la creano. Tuttavia si tratta di visi particolari. Sono simboli dell’autorità.
Delle icone legano il governante alla leggenda o a un dio. Intorno al 2550 a.C. gli egiziani scolpirono la Grande sfinge di Giza in una formazione rocciosa naturale, e anche se 500 anni fa le autorità islamiche ne distrussero il naso, essa conserva un oscuro splendore. Probabilmente rappresenta il faraone Chefren in forma idealizzata. I greci consideravano la sfinge una sibilla, un enigma, ma gli egiziani si erano limitati semplicemente a rappresentare Chefren secondo la concezione preistorica del re come potente uomo-belva. Gli oggetti cerimoniali rappresentano i faraoni come leoni che annientano i loro nemici.
Monete e banconote collegano la faccia del governante con la ricchezza, il punto d’arrivo di molte aspirazioni terrene. Inoltre la rendono onnipresente.
Le facce rimangono un elemento fondamentale, ma da icone politiche si sono trasformate in icone culturali. Un’icona culturale è un moderno personaggio mitologico, un’immagine semplificata e su larga scala. Alcune facce evocano immediatamente qualcosa, alcune sono soltanto simboli, ma la maggior parte di esse sono anche idoli.
Agli albori del cinema, gli studi cinematografici evitavano la creazione di icone. Temevano che la celebrità avrebbe fatto lievitare i compensi degli attori, perciò li tenevano nell’anonimato, e il pubblico, per parlare dei suoi beniamini, li chiamava per es. –la ragazza della Biograph-.
In realtà le icone del fascino arricchirono alcuni studi cinematografici.
Era rituale, quasi simbolico ribattezzare gli attori con nomi spumeggianti. Truccatori, acconciatori e cameraman rendevano i oro visi più belli, e gli artisti spesso imparavano ad assumere a piacere una personalità magnetica. I settori pubblicitari costruivano la loro identità fuori scena, inventandone la biografia, escogitando per loro storie d’amore e mettendo a tacere notizie relative a infrazioni della legge e altre ignominie.
La maggior parte delle icone trasmettono un’idea concisa, ma alcune possono essere abbastanza complicate.

La struttura anatomica della faccia.

Il cranio

Il cranio è un insieme di ossa che, riunite fra loro e poste all’apice della colonna vertebrale, formano la scatola cranica, o neurocranio, e la struttura del volto o splancnocranio, contenente l’estremo superiore degli apparati respiratorio e digerente.

Il Neurocranio è composto da otto ossa di cui quattro sono pari e quattro impari.
L’osso frontale è un osso piatto, impari e mediano, che costituisce la parte anteriore della scatola cranica. Alla nascita il frontale è costituito da due metà distinte separate da una sutura mediana, detta metodica, che, successivamente si salda.
I due parietali sono ossa piatte, pari e simmetriche, che formano la volta della scatola cranica ed anch’esse modellano la testa. Sono unite al centro da una sutura dentata lunga.
I due temporali sono ossa piatte, pari e simmetriche.
L’occipitale è un osso impari, mediano, che si articola con l’atlante, prima vertebra cervicale. E’ situato nella parte postero inferiore del cranio, pertanto contribuisce a formare sia la base che la volta.
Lo sfenoide è un osso impari e mediano, si trova quasi del tutto all’interno alla scatola cranica.
L’etmoide è un osso impari e mediano di forma cuboidea, appare all’esterno solo una porzione della lamina laterale che va a formare, da entrambi i lati, parte della parete mediale dell’orbita.

Lo Splancnocranio è situato nella parte anteriore della testa e rappresenta l’insieme delle 14 ossa che modellano il volto. Questo complesso osseo modella delle cavità che rappresentano l’origine di due importanti apparati: respiratorio e digerente. Inoltre racchiudono gli occhi della vista, dell’olfatto e del gusto. Le ossa che compongono lo splancnocranio sono quasi tutte pari e simmetriche tranne il vomere e la mandibola che sono impari e mediane. La mandibola è, inoltre, l’unico osso mobile presente nel cranio e con i suoi movimenti permette la masticazione.
Le ossa mascellari sono situate in una posizione centrale nella struttura del volto. Sono ossa pari e simmetriche costituite da un corpo da cui si distaccano dei processi. Il corpo è voluminoso ma, rispetto alla sua massa, è molto leggero in quanto è completamente vuoto mostrando all’osservazione un’unica ampia cavità; si tratta, quindi, di una struttura pneumatica che ha il compito di alleggerire il peso del volto.
L’osso palatino è pari e simmetrico ed è estremamente semplice come forma.
L’osso lacrimale è molto sottile. Ha connessioni con il frontale in alto, il mascellare in avanti, l’etmoide indietro ed in basso con il turbinato inferiore. Con la sua faccia laterale contribuisce a formare la parete mediale dell’orbita. Su tale faccia si apre un foro, il foro naso-lacrimale, che convoglia le lacrime nelle cavità nasali.
L’osso zigomatico è pari e simmetrico, occupa la porzione più laterale della faccia ed è disposto a guisa di ponte tra il mascellare superiore, il temporale, il frontale e la grande ala dello sfenoide.
Le conche nasali inferiori sono ossa pari che fanno parte dello scheletro della regione nasale. Si tratta di due ossa sottili e accartocciate.
Le ossa nasali sono due ossa pari, perfettamente mediane, che occupano lo spazio compreso tra il frontale ed i processi frontali del mascellare superiore.
Il vomere è, con la mandibola, il solo osso impari della faccia. Esso forma la parte posteriore del setto nasale.
La mandibola è l’unico osso che mediante la sua articolazione col temporale, è mobile. Vi distinguiamo un corpo e due branche montanti, due processi che si innalzano verso il temporale.

Le ossa della testa si formano per ossificazione encondrale. Ma la costituzione e la consistenza definitive si raggiungono solo nell’adolescenza; infatti alla nascita, lo scheletro della testa non è completamente ossificato perché persistono ancora degli spazi membranosi, detti fontanelle, situati nelle zone di congiunzione delle suture.
Durante la crescita, a mano amano che si sviluppano la funzione respiratoria ed olfattiva, le fosse nasali si allungano, così pure i mascellari; contemporaneamente compaiono i denti che costringono i mascellari superiori e la mandibola ad allontanarsi e l’angolo mandibolare raggiunge i 115° - 120° dell’adulto. Aumentano così le dimensioni verticali della faccia. Il maggior sviluppo si ha nei primi due anni, poi procede ad un ritmo più ridotto per completare verso il ventesimo anno.

Il cranio dell’adulto presenta delle differenze nei due sessi.

A prima vista, per distinguere un cranio maschile da uno femminile basta porlo su di un piano orizzontale: se il cranio appartiene ad un uomo poggerà sul piano con l’apice dei processi mastoidei, ben sviluppati, e vi resterà fisso, se invece appartiene ad un soggetto di sesso femminile, dove i processi mastoidei sono meno pronunciati, poggerà con l’occipite ed oscillerà.
Comunque, in generale, possiamo dire che il cranio femminile è più piccolo rispetto a quello maschile ma posto in rapporto con lo scheletro è più grande.
Nella donna permangono caratteri più infantili.

L’evoluzione del cranio.

I tempi in cui l’evoluzione umana si è compiuta sono stati molto ampi.
La nostra storia inizia circa 45 milioni di anni fa quando avvenne la separazione delle scimmie del Nuovo Mondo (catarrine) da quelle del Vecchio Mondo (platirrine) ed è proprio dalle scimmie del Vecchio Mondo che si sono diversificate la scimmie antropomorfe.
Le prime forme di ominidi a stazione eretta sono gli Australopitechi , i cui resti più antichi, risalenti a circa 4 milioni di anni fa, sono stati rinvenuti a Tanzania ed in Etiopia. Essi vissero per oltre un milione di anni in maniera apparentemente stabile. Probabilmente di questa forma esistevano tre o quattro specie, di forme gracili e robuste. Le forme gracili e robuste sono coesistite vivendo in due nicchie ecologiche diverse: la prima nelle savane, la seconda nelle foreste.
Questi ominidi avevano certamente la stazione eretta il che si deduce dalla posizione meno inclinata e più spostata in avanti del foro occipitale, dalla struttura del cingolo pelvico e degli arti inferiori; la nuca era arrotondata e la capacità cranica era intorno ai 500 cc.
L’Australopithecus robustus e l’A. boisei erano forme molto specializzate; rigorosamente vegetariani, essi vivevano nel fitto della vegetazione delle foreste africane. Masticavano buona parte della giornata frutti, radici e tuberi e come i gorilla avevano una mandibola robusta. La maggiore specializzazione condusse le forme robuste all’estinzione, mentre le forme gracili, più adattabili, furono, probabilmente, quelle da cui derivò l’Homo habilis intorno a 2,5-2 milioni di anni fa. Le testimonianze dell’Homo habilis sono molto scarse. Avevano un cervello di dimensioni maggiori rispetto agli Australopitechi e quindi avevano un cranio grande ma delle volte sottile.
Circa 1,5 milioni di anni fa l’Homo habilis fu sostituito da l’Homo erectus e scomparve. Questa specie fu stabile per oltre un milione di anni. Aveva una scatola cranica grande e bassa, con ossa massicce ed occipite sporgente, faccia piccola e fronte sfuggente, visiera sopraorbitaria e denti non eccessivamente grandi.
Il neandertaliano classico era una forma specializzata ed adattata al clima freddo e visse fra 100.000 e 35.000 anni fa. Questo visse in Europa fino alla comparsa dell?Homo sapiens o uomo moderno. L’Homo neanderthalensis era alto 155- 160 centimetri; aveva una struttura solida con arti corti ed ossa lievemente curve. Aveva una capacità cranica come quella dell’uomo moderno ed anche superiore, ma il cervello era esteso lateralmente ed indietro. La fronte era bassa e sfuggente; la faccia era grande e proiettata in avanti nelle parti mediane, priva di zigomi ma con mento accentuato.

La natura dei muscoli facciali

I nostri volti sono così tanto espressivi grazie ad un complesso gruppo di piccoli muscoli: i muscoli dell’espressioni. Essi formano una rete che corre al di sotto della superficie del viso. Con il loro movimento, possono alterare completamente l’aspetto di un viso. Sebbene siano piccoli e deboli, sono così attaccati alla superficie della pelle che un piccolo movimento del tessuto muscolare può provocare un notevole movimento della pelle.
In quello che fanno e nel come lo fanno, i muscoli facciali sono diversi da quelli del corpo. Hanno soltanto un’estremità fissa, attaccata direttamente o indirettamente sulle ossa del teschio. L’altra estremità è cucita alla pelle. Quando si contrae un muscolo dell’espressione, si muove la pelle più che l’osso. La porzione di pelle accanto ai fili terminali dei muscoli viene tirata nella direzione dell’attaccatura all’osso.
Per es. il muscolo del sorriso, lo zigomatico maggiore. La sua attaccatura alla fine dell’osso è sullo zigomo, proprio sotto l’angolo esterno dell’occhio. Poi il muscolo tira diagonalmente in giù verso la bocca, dove è attaccato indirettamente al suo angolo esterno. Quando si contrae, l’angolo della bocca si solleva verso lo zigomo e si sorride.
I muscoli chiave dell’espressione sono dodici, cinque dei quali agiscono sull’area occhio-sopracciglio e sette sulla bocca; in realtà ne abbiamo circa ventidue per lato, un numero maggiore di tutti gli animali della terra.
Il paradiso e l’inferno della faccia sono lo zygomatic major e il corrugator supercilii. Lo zygomatic major è un produttore di sorrisi. Scende lungo una guancia fino all’angolo della bocca, e la tira verso l’alto. Il corrugator congiunge le sopracciglia, creando fra di esse dei solchi verticali. Le espressioni più piacevoli coinvolgono lo zygomatic major, le più spiacevoli il corrugator.
Anche altri muscoli svolgono importanti funzioni. Il più impegnativo è il frontalis, il muscolo della fronte che sembra una tenda, e che solleva le sopracciglia in espressioni come la sorpresa. Gli si contrappone il procerus, che abbassa le sopracciglia. Quando stiriamo orizzontalmente la bocca per la paura, utilizziamo il risorium, che nonostante il nome non ha alcun ruolo nella risata. Il mentalis è il muscolo del broncio, solleva la pelle del mento, spingendo in fuori il labbro inferiore.
Tutti questi muscoli sono controllati dai nervi. E’ il nervo facciale da solo a dirigerli. Ha tre sezioni importanti. La prima induce le lacrime e la salivazione, la seconda porta al cervello gli stimoli gustativi. La terza è la base dell’espressione. I suoi ordini vengono emanati dal nucleo del facciale, situato nel ponte, al di sopra del midollo allungato.Lavorando insieme, i muscoli facciali creano una tale varietà di espressioni che quando le vediamo ci sembrano sempre nuove, eppure trovano una rispondenza dentro di noi.


Le rughe.

Quando lo zigomatico maggiore si contrae e la parte unita alla bocca sale verso lo zigomo, la pelle compresa tra le due estremità non ha dove andare. La pelle delle guance, pressata dal basso in alto, si rigonfia in fuori come un palloncino che viene stretto da una parte. Sopra e sotto questo rigonfiamento appaiono le rughe.
Sebbene la forma d’insieme tenda ad essere riconoscibilmente la stessa, i dettagli delle linee delle rughe sono molto diversi da persona a persona.
L’età di un individuo è probabilmente il fattore principale che determina il formarsi delle rughe.
Le persone molto giovani potrebbero non mostrarne nessuna quando alzano le sopracciglia, mentre sulle persone più anziane le molte rughe permanenti possono rendere difficile la percezione di quelle nuove.
Le persone magre o obese hanno sorrisi diversi, e così uomini e donne. Una donna che sorride mostrerà meno spaccature di un uomo della stessa età e con gli stessi caratteri a causa di uno strato di grasso in più che rende la pelle della donna più elastica.
Si dice che sia possibile capire molto della personalità di qualcuno dalle pieghe che si formano sul suo viso con l’età. Non è del tutto vero, anche se una stessa espressione lascia comunque un segno sul viso quando viene ripetuta spesso.

La storia della faccia

Secondo i genetisti la vita multicellulare è comparsa circa un miliardo e 200 milioni di anni fa, mentre i fossili duri sono apparsi assai più tardi, circa 544 milioni di anni fa. In questo lunghissimo periodo geologico le creature con il corpo molle, come i vermi, che somigliano a piume scorazzavano ovunque, ma i loro resti sono rari.
Probabilmente la prima faccia prese forma verso la fine di tale era.
I vermi striscianti, con gli occhi e la bocca sulla fronte, sono proprio loro a chiarire l’origine della faccia, che è figlia del movimento. Quando un animale nuota regolarmente in una direzione, la testa diventa l’estremità più importante. Se la bocca è anteriore, inghiotte il cibo con facilità, semplicemente grazie al movimento; una bocca posteriore si allontanerebbe dal cibo. Inoltre la testa entra continuamente in contatto con cose nuove, e per questo gli organi sensoriali sono raggruppati sulla fronte.
Nei vertebrati, come i pesci, i geni fondamentali che sovrintendono alla struttura sono il quadruplo di quelli degli invertebrati. Nei vertebrati la testa e il corpo sono più complicati e nei pesci è abbastanza comune la presenza di un cervello di un certo rilievo.

Poche idee hanno irritato l’ottocento quanto quella della selezione naturale. Molti pensatori consideravano impossibile e addirittura offensiva l’ipotesi che discendessimo dalle scimmie, data la nostra capacità mentale e la nostra profondità spirituale.
Il nostro viso non somiglia a quello delle scimmie o di qualsiasi altro animale, e questo è uno dei motivi per cui ci consideriamo così speciali. E infatti, la parte più straordinaria della sua storia sono i cambiamenti avvenuti di recente, che ne fanno un caso senza precedenti nell’evoluzione. Infatti il nostro viso è un derivato di ciò che produce la mente. Ciascuno di noi ha una faccia da battaglia, che nasce dalle armi, dal fuoco e dal desiderio.
La stazione eretta ha smilitarizzato la faccia. Le mandibole e i denti di un quadrupede si protendono in avanti come punte di lancia, trasformando così la faccia in un’arma naturale. Un lupo, per es., avanza a grandi falcate con le zanne in resta, e persino gli scimpanzé mordono regolarmente i nemici.

Gli australopitechi, eretti su due zampe e con la testa posata sulle spalle, persero questa struttura protettiva, e rimasero esposti con tutto il corpo alle aggressioni.
Essi vissero per un lunghissimo periodo, ma già 2.500.000 anni fa il globo si stava raffreddando, ed era ormai incominciato il ciclo attuale di ere glaciali periodiche. L’Africa si prosciugava, gli alberi erano meno folti, e forse queste creature costituivano un bersaglio più facile da raggiungere mentre correvano da uno all’altro.
Diminuivano di numero, e comparve un nuovo animale: l’ Homo habilis, il primo membro del nostro genere. Era una creatura radicalmente diversa. Non si arrampicava sugli alberi. Era un bipede a tutti gli effetti. Egli era una novità anche sotto altri aspetti. Il suo cervello si sviluppò in modo straordinario, aumentando del 50%. E la sua faccia cominciò ad avvicinarsi a quella umana. La fronte si innalzò un pochino, il prognatismo si attenuò e i denti arretrarono, forse perché la loro funzione difensiva era diventata meno importante. Alcuni esemplari avevano una spessa arcata sopracciliare, cui erano ancorati i muscoli mandibolari, e il primo mozzicone di naso sporgente.
Nell’evoluzione dall’ Homo habilis a noi, tramite l’Homo erectus si verificano quattro cambiamenti essenziali: la faccia si appiattisce; la fronte si innalza per dare spazio al cervello, che è più grande; il naso diventa sporgente; compare il mento. I primi tre elementi appaiono presto, il mento invece è un’innovazione molto recente. La faccia umana vera e propria nasce in Africa alla fine di una grande era glaciale, 130.000 anni fa, con il moderno Homo sapiens.
Forse la scomparsa del prognatismo è l’aspetto più sconcertante dell’evoluzione.
Mastichiamo meno il cibo perché abbiamo imparato a controllare il fuoco. I focolari compaiono per la prima volta circa 300.000 anni fa. La cottura ammorbidisce il cibo, riducendo la necessità di avere mascelle e denti forti.
Dal punto di vista anatomico le persone di 130.000 anni fa erano come noi, avevano la nostra fronte, i nostri zigomi e denti scintillanti.

La faccia "La gioia e la tristezza"

Introduzione

La faccia umana è un inno alla funzionalità, è una struttura particolare ricca di finezze ed è anche una zona sensuale.
Di tutte le cose che vediamo nella vita quotidiana, la faccia è quella da esplorare assolutamente perché ci affascina e allo stesso tempo placa la nostra curiosità. Ovunque, dagli occhi al naso, alla bocca e oltre, fino alle orecchie e ai capelli, è ricca di segreti.
Della faccia non ne abbiamo un bisogno assoluto.
Molte creature, come i ricci, le stelle marine, i molluschi e le meduse, non sanno che farsene. Altre hanno facce parziali.
Eppure la faccia è un elemento comunissimo nel mondo animale.
In una faccia vera e propria sono assemblati bocca e organi sensoriali, la disposizione di bocca, narici e occhi resta immutata in creature diversissime.
E’ un prodigio di resistenza, più duraturo delle catene montuose.
La faccia ha uno scultore bravissimo: si chiama ricerca del cibo. Per questo la bocca è sempre dominante. E’ il vano d’ingresso in cui un animale assimila il mondo, incominciando a trasformarlo. Nella faccia ci sono tre posti di blocco sensoriali – il gusto, l’odorato e la vista -. Le papille gustative si trovano all’interno della bocca, le narici la sovrastano e gli occhi si trovano al di sopra.
Questa disposizione offre molti vantaggi. I vertebrati in generale hanno gli occhi posti sopra al cibo che cade. I pesci, soprattutto, hanno bisogno di occhi orientati verso la luce del sole, che svanisce qualche decina di metri più in basso. Questa disposizione consente anche agli animali terrestri di ingurgitare pezzi di cibo che trovano per terra, annusare gli aromi che emanano, e vedere contemporaneamente il muso e il terreno.
La faccia è una firma in carne e ossa, e costituisce il nostro baluardo contro l’impostura. Patenti di guida, passaporti, carte di credito, tessere di riconoscimento del personale di grandi società, qualsiasi documento di cui dobbiamo dimostrare l’autenticità, è ornato con la nostra faccia.
La nostra unicità è per noi una garanzia e un limite.
Funziona perché viviamo in un universo di facce, e le possiamo riconoscere all’istante una per una. Abbiamo circuiti cerebrali riservati a questa funzione, e siamo così abili nell’eseguirla. Analogamente, possiamo distinguere un viso maschile da uno femminile con la stessa facilità con cui battiamo le palpebre, eppure la maggior parte di noi non ha la minima idea di come facciamo, e solo di recente gli scienziati ne hanno scoperto i veri motivi.
La faccia è una superficie profonda, fatta di pelle e di pensiero, ed esistono popolazioni che si offendono quando viene catturata da estranei. Gli indiani americani chiamavano i primi fotografi cacciatori di ombre, ritenendo che si impadronissero del simbolo della morte. Le immagini della faccia sono piene di significato intrinseco, e in esse talvolta aleggia un certo mistero.

Il Forno, Costruzione del forno, Forni elettrici, Fornaci continue e fornaci a tunnel, Forno a legna.

Il forno

Il forno è una struttura chiusa all’interno della quale mediante riscaldamento si può elevare la temperatura di un materiale per portarlo a fusione oppure per fargli subire modificazioni permanenti di carattere fisico, chimico o meccanico. I forni si distinguono per il tipo di alimentazione impiegato, che può essere a combustibile, elettrico, ecc.
Fin dal 3000 a. C. i sumeri della Mesopotamia usarono fornaci chiuse con aspirazione controllata per la cottura di vasellame fino a temperature di circa 1200°C.
I forni sono progettati sia per uso continuo sia per uso intermittente.
I forni continui sono progettati per funzionare virtualmente senza sosta, a volte sono costituiti da tre zone (una di preriscaldo, una di riscaldo ed una di raffreddamento), attraverso le quali il materiale da trattare viene fatto avanzare su carrelli spinti da un braccio idraulico azionato dall’entrata.
Nei processi discontinui il materiale è introdotto a freddo, riscaldato alla temperatura richiesta, che viene mantenuta per un certo lasso di tempo, e quindi raffreddato ed estratto.

Costruzione del forno


Il tipo di mattoni usato nella costruzione dei forni dipende da vari fattori, quali la massima temperatura raggiunta, il tipo di atmosfera e le reazioni del materiale fuso, delle scorie e del gas combusti col rivestimento refrattario del focolare, cioè della camera di combustione.
La struttura del forno deve rimanere stabile sia nelle condizioni di riscaldamento sia in quelle di raffreddamento e quindi occorre realizzarla con materiali refrattari in grado di resistere alle dilatazioni e alle contrazioni conseguenti ai rapidi cambiamenti di temperatura (shock termici); in fase di progettazione si prevede inoltre l’inserimento di giunti di espansione e vincoli strutturali in grado di garantire stabilità alla muratura.
Ottimi refrattari sono il caolino, le argille refrattarie (punto di fusione compreso tra 1600 e 1700°C) e materiali a base di silice, magnesite, dolomite e allumina.

Forni elettrici

Di forni elettrici, in cui la generazione di calore avviene convertendo l’energia elettrica della rete di distribuzione in energia termica, esistono tre tipi fondamentali:
a resistenza, ad arco e a induzione.

Il forno a resistenza è il tipo più comune e utilizza il calore prodotto per effetto Joule dalla corrente circolante in resistori metallici, di grafite o di carborundum alloggiati nei mattoni refrattari che rivestono internamente il forno.
La massima temperatura raggiungibile dipende dal tipo di materiale impiegato per i resistori.

I forni ad arco realizzano la fusione di materiali metallici sfruttando il calore sviluppato da un arco elettrico. Il rivestimento è costituito da materiale refrattario di alta qualità e gli elettrodi, di carbone o grafite, generalmente collocati sulla volta del forno e diretti all’interno verso la carica, cioè verso il metallo da fondere, vengono abbassati a mano a mano che si consumano, l’intenso calore dell’arco porta a fusione i metalli caricati.

Il forno a induzione è usato per la fusione o il trattamento termico dei metalli e funziona in base al principio dell’induzione elettromagnetica.

Fornaci continue e fornaci a tunnel

Tra i diversi tipi di fornaci continue il più interessante è quello progettato nel 1858 dall’ingegnere ferroviario tedesco Friedrich Hoffmann (1818-1900), che rappresentò un notevole progresso nel settore in quanto permetteva di conservare meglio il calore e di aumentare il rendimento complessivo.
La fornace di Hoffmann, tuttora usata con piccole modifiche per la cottura dei laterizi, è costituita da una galleria anulare, con un camino collettore dei gas caldi al centro, e divisa in camere separate, che vengono assoggettate al fuoco una alla volta secondo un senso di rotazione prestabilito.
Il materiale da cuocere è caricato in mucchio nella camera opposta a quella in cui è in atto la combustione; l’aria necessaria per la combustione entra fredda dalla porta o da uno sportello della camera di caricamento e attraverso fori ricavati nelle pareti passa in quelle successive nel senso di rotazione del fuoco, raffredda i mattoni ivi contenuti che hanno già subito la cottura e contemporaneamente viene preriscaldata. In tal modo l’aria giunge molto calda nella camera dove avviene la combustione, aumentandone così l’efficacia, e va quindi a preriscaldare le camere che saranno assoggettate al fuoco in tempi successivi. Finita la cottura in atto, si fa avanzare il fuoco di una posizione, si scarica la camera più fredda e si carica la camera accanto, lasciata in precedenza vuota, ritornando così, a parte lo spostamento nel senso di rotazione, a ripetere esattamente il ciclo descritto.
Poiché la fornace di Hoffmann richiede molta manodopera, attualmente si tende a sostituirla con fornaci a tunnel, apparse circa 50 anni più tardi.
I materiali che devono subire la cottura, solitamente caricati su carrelli spinti da un sistema idraulico, percorrono lentamente un lungo tunnel, diviso in varie zone e con bruciatori in quella centrale, sono preriscaldati dall’aria calda proveniente dalla zona di combustione, subiscono la cottura, sono raffreddati dall’aria fredda proveniente dall’estremità del tunnel opposta a quella di ingresso ed infine scaricati all’uscita del tunnel.

Forno a legna

Il forno ha legna è una costruzione in mattoni costituita da due parti:
la parte inferiore, la camera di combustione, dove viene messa la legna (combustibile), questa camera deve raggiungere temperature altissime per elevare la temperatura nella camera superiore (camera di cottura);
la parte superiore, la camera di cottura, dove i vasi già essiccati vengono messi su uno o più piani forati e quindi portati ad alte temperature per la cottura.

Come si lavorava un vaso nell'Antica Grecia

Gli artigiani dell’argilla erano numerosi in tutta la Grecia: in Atene davano addirittura nome a un quartiere, il Ceramico. Di argilla se ne faceva un grande uso. Prima di essere lavorata l’argilla subiva un complesso processo di raffinazione o depurazione mediante lavaggio e/o setacciatura, che comportava l’eliminazione di materiali estranei quali inclusioni di detriti, minerali, fossili, resti vegetali, ecc.
L’argilla resa plastica mediante aggiunta d’acqua veniva poi sottoposta a una fase di degassamento per eliminare le eventuali bollicine d’aria formatesi quando l’argilla era stata inumidita.
Si procedeva quindi alla modellazione del vaso, raramente a mano, generalmente al tornio oppure mediante l’uso di stampi, nel caso di vasi a testa umana o animale. Il tornio era costituito da un disco piatto e rotondo, di legno, terracotta o pietra, che ruotava liberamente sopra un asse verticale di sostegno, di pietra o altro materiale pesante, ancorato al terreno.
Il vasaio, o il suo aiutante, con la mano o con il piede faceva ruotare il disco per il tempo necessario alla modellazione del vaso.
Soltanto i vasi di piccole dimensioni venivano fabbricati in un unico pezzo; quelli più grandi venivano invece modellati in sezioni unite tra loro mediante sospensioni dense di argilla in acqua in punti particolari della struttura del recipiente. Per nascondere le giunture venivano talvolta applicati sulla superficie esterna dei cordoncini di argilla. A parte venivano realizzate anche le anse (manici).
A modellazione completata, il manufatto, fatto essiccare, per evitare formazione di crepe durante la cottura, veniva reso successivamente impermeabile con l’applicazione di un rivestimento (ingobbio) composto di argilla ferruginosa che conferiva, dopo la cottura, una colorazione rosata molto apprezzata dai Greci.
A questo punto il vaso era pronto per essere decorato.
A decorazione ultimata i vasi venivano sistemati per la cottura nella fornace, una costruzione in mattoni costituita da due parti: una parte inferiore, la camera di combustione dove veniva messa la legna, e una parte superiore, la camera di cottura, dove su un piano forato i vasi, già essiccati, venivano impilati e quindi portati ad alte temperature dai prodotti della combustione.
La formazione del vaso si otteneva infatti con la cottura, a seguito delle trasformazioni chimico-fisiche subite dall’argilla durante il riscaldamento a temperature via via crescenti.
La cottura veniva condotta in tre fasi successive che comportavano anche cambiamenti di colore.
Nella prima fase con immissione d’aria il corpo del vaso e la vernice assumevano un colore rossastro; nella seconda, con limitazione d’aria, il corpo del vaso e la vernice diventavano neri; nella terza, l’argilla, sufficientemente porosa da riassorbire ossigeno, tornava a essere rossa, mentre la vernice nera, più densa, rimaneva nera.
Bastava che la successione delle tre fasi non fosse perfetta, perché il vaso presentasse sfumature o fiammature.

La ceramica un'arte antichissima...

La ceramica è l’arte antichissima di modellare a mano o meccanicamente l’argilla e di decorarla con disegni o colori.
Già in età non ancora storica si ha la fabbricazione di vasi secondo una tecnica primitiva: l’argilla è lavorata con le mani e i vasi sono seccati al sole. Successivamente si usa il fuoco per la cottura, mentre il gusto della decorazione potrebbe essere nato dall’impiego d’argilla di differenti colori proveniente da zone diverse.
Su questa primitiva tradizione si sviluppa la ceramica degli Egizi, dei Greci e dei Cinesi.
Col tempo l’impasto divenne più omogeneo e la creta fu depurata d’ogni particella estranea. I primi lavori perfetti con argilla purificata, cotta in forni e colorata con smalti brillanti, si ebbero in Egitto. Il ceramista egizio, raffigurato in varie pitture, usava il tornio, strumento prezioso per portare le forme a perfezione, che rappresenta una grande conquista tecnica e segna un passo decisivo nell’evoluzione della ceramica. Anche altre civiltà progredite, come quella dei Sumeri e degli Assiri, conobbero l’arte della ceramica a tornio.
La ceramica dell’antica Grecia, preistorica e storica, si distingue da quella di tutti gli altri popoli della stessa età per il libero sviluppo d’una decorazione naturalistica.
A Creta, isola dove in una prima fase agirono influssi orientali, si produssero, con veri e propri intenti industriali, vasi a decorazione geometrica o ispirati ad una libera fantasia sul mondo animale e vegetale, lucenti per lo strato di vernice.
La perfezione nella tecnica della ceramica si ebbe con gli artisti greci a partire dal VI sec. a. C. (comunque già nel secondo millennio a. C. si cominciò a fabbricare i vasi con il tornio) che, specie nell’Attica, seppero adoperare con grande abilità il tornio, ed eseguire con maestria la difficile operazione della cottura negli speciali forni da vasaio.
Gli artefici che collaborarono alla reazione degli splendidi vasi erano due: il vasaio che fabbricava il vaso e firmava col suo nome seguito da fece, ed il pittore, che faceva seguire il suo nome da dipinse. In un vaso del periodo si possono seguire tutte le operazioni nell’officina di un vasaio; in un altro appare un pittore che attende alla decorazione di una coppa.
In Italia, dove si ebbero due aree culturalmente distinte, il nord e il sud, si determinarono rapporti tra i Greci dell’ultimo periodo miceneo (ca. 1300 a. C.) e la Sicilia, mentre nelle regioni centrali e settentrionali vi fu una tradizione che, nata dai vasi villanoviani e evolutasi attraverso gli Etruschi, ebbe la sua migliore espressione nel plasticismo dell’arte romana.
Nei famosi buccheri etruschi, dall’argilla colorata in nero, s’avverte anche l’influenza greca e orientale. È però da dire che nelle città greche con le quali gli Etruschi vennero più direttamente in contatto, era importante il contributo dei vasi italici.
La ceramica romana è molto ricca: la decorazione è ripresa dai modelli ellenistici (foglie e disegni floreali, scene mitologiche, processioni, sacrifici, battaglie, danze, cacce, scene di vita sociale), il gusto per l’elemento narrativo è però accentuato.
Col Medioevo l’arte della ceramica rifiorisce in Spagna ad opera dei Mori che creano stupende maioliche ornamentali nelle loro fabbriche di Malaga, Valenza, Maiorca. In Italia una ripresa di quest’arte si ha solo nel ‘400 per merito di Luca della Robbia che <> la tecnica coloristica dell’invetriatura, conosciuta dagli Egiziani, ignorata dai Greci e adoperata dai Mori di Spagna.
Da quest’epoca ha inizio il grande sviluppo delle manifatture italiane che diffondono e fanno apprezzare le loro ceramiche in ogni parte d’Europa.
Nel XVI sec. le bellissime e raffinate porcellane cinesi, eclissano qualsiasi altra produzione europea. Verso la fine dello stesso secolo a Firenze si ha un primo tentativo di imitarne la pasta dura con le porcellane dei Medici; solo nel XVII sec., grazie alla scoperta del tedesco J. G. Bottger, si può trovare il segreto della porcellana dura e in Germania all’inizio del XVIII sec. ne sorgono le prime fabbriche a Meissen, Vienna, Francoforte, Brunswick. In Francia, a Sèvres, verso la metà del XVIII sec. vi sono fabbriche di porcellana tenera che producono oggetti di grande grazia decorativa. Nello stesso secolo in Italia vengono fondate le celebri fabbriche di Doccia, Capodimonte, Vinoso. Attualmente la ceramica crea con criteri moderni soprammobili, oggetti ornamentali, pannelli decorativi, ecc.

Metodi di cottura e per colorare l'Argilla

Ingobbio : (metodo di prima cottura) cottura di diversi tipi di argille e a temperature diverse per la prova di colore.



Buccaro : metodo di cottura che cuoce per impregnazione del fumo diventando così di colore nero, questo metodo di cottura fu usato dagli Etruschi.



Racu : questo metodo consiste nel prendere il pezzo di argilla incandescente e infilarlo nella segatura nella quale sono stati messi degli ossidi, a differenza del tipo di colore che si vuole ottenere c’è un ossido differente.

La lavorazione dell'Argilla

Come base per lavorare possiamo mettere sia il giornale e sia la plastica. Con il giornale, su un piano di legno perché questo assorbe l’acqua, l’argilla asciuga prima, invece se il lavoro è lungo e l’argilla deve rimanere morbida per continuare a lavorarla, allora mettiamo la plastica perché questa non assorbe l’acqua e quindi non fa asciugare l’argilla.
L’argilla non deve asciugare velocemente ma uniformemente.
Una volta che l’argilla è asciutta bene il lavoro si può mettere in forno. L’argilla va cotta dai 900 ai 960°C circa
( comunque la temperatura di cottura dipende dal tipo di argilla, per es. un tipo di l’argilla refrattaria si cuoce a 1200-1300°C).
Le cose importanti nella cottura sono:
il lavoro deve essere portato a temperatura piano piano, prima fase “tempera”, il maggior pericolo che si spacchi c’è dai 300 ai 600°C all’andata e dai 600 ai 300°C al ritorno.
Quando si ha uno spacco all’andata questo è molto evidente, al ritorno invece quasi non si vede, questo spacco sottilissimo viene chiamato cavillo.
I forni usati per la cottura dell’argilla sono: forno a legna, forno a gas, forno elettrico, fornaci continue e fornaci a tunnel.

L'Argilla

L’argilla è una roccia sedimentaria formata dal consolidamento di fanghiglie marine o lacustri.
Di grande importanza industriale, le argille sono costituite da un gruppo di alluminosilicati idrati,formati dall’alterazione di rocce.
I singoli granuli di minerali hanno dimensioni microscopiche. Le argille sono capaci di trattenere grandi quantità di acqua per adesione superficiale ai granuli e alcune varietà possono anche rigonfiarsi.
L’argilla comune è una miscela di caolino (argilla idrata bianca, pura e morbida, caratterizzata da scarsa plasticità) e fine polvere di minerali feldpatici anidri e non alterati.
La creta ha caratteristiche diverse in base ai luoghi di provenienza, essa allo stato naturale la ritroviamo in blocchi. Oggi viene presa dalla montagna, viene aspirata attraverso dei tubi filtrandola e poi impastata dalle stesse macchine.
Per l’uso viene prima fatta a pezzi, poi bagnata e quando è alla durezza giusta può essere impastata.
Allo stato naturale una volta impastata, se dopo secca si vedono le spaccature, allora vuol dire che è una creta magra, se le spaccature non ci sono allora la creta è grassa.
La plasticità delle argille è variabile, tutte sono più o meno malleabili e se inumidite possono essere modellate.
Le argille più plastiche sono quelle burrose, sono utilizzate per vasellame di ogni tipo, mattoni, tegole ecc..
Una classificazione delle più comuni varietà di argille può essere stilata in relazione al diverso utilizzo: l’argilla da pipa con una elevata percentuale di silice; l’argilla da vasellame, meno pura; l’argilla dei modellatori ( fine argilla da vasellame con una piccola percentuale di sabbia fine); l’argilla da mattoni ( misto di argilla e sabbia fine con materiale ferruginoso).
Per rendere l’argilla più forte, a questa vengono aggiunti degli ingredienti, per es.: gli elementi alcalino-terrosi o ferro per l’argilla refrattaria. Il refrattario viene aggiunto all’argilla per il 10 o 15%. L’argilla refrattaria è usata per il rivestimento interno dei forni dove i mattoni hanno il 40/50% di refrattario. Lo chamot è un tipo di refrattario.
È possibile fare una distinzione tra l’argilla con il refrattario e quella senza: l’argilla senza refrattario ritira dall’8 al 10%, mentre l’argilla con il refrattario ritira di meno.
Se per es. facciamo un vaso al tornio con l’argilla refrattaria esso crollerebbe, mentre per farlo occorre l’argilla grassa avendo spessori piccoli.
Il refrattario rende l’argilla più forte, è più sicura quando si cuoce nel forno, non scoppia perché è porosa e quindi l’aria fuoriesce e ritira di meno. L’unico svantaggio è saperla lavorare, la superficie diventerà liscia se viene schiacciata.
Il peso dell’argilla è circa 16 quintali a metro cubo.
Da tutto ciò possiamo concludere che l’argilla può essere:
· Magra : appena filtrata e impastata.
· Grassa o gommosa : è più compatta e si forma dalla stagionatura dell’argilla appena filtrata e lavorata.
· Burrosa : è porosa, per es. l’argilla refrattaria.

Tecniche del marmo

Tecniche del marmo è un corso complementare che ho frequentato all’Accademia di Belle Arti di Frosinone.
Tecniche del marmo è una materia che mi ha sempre incuriosita e affascinata. Vedendo i miei compagni lavorare molto e divertirsi allo stesso tempo ottenendo dei bellissimi risultati, mi ha convinta a frequentarla. Prima di scegliere questo corso non sapevo però molto bene quanto lavoro e fatica mi aspettasse.
Ho iniziato senza avere idee sulla scultura che avrei potuto realizzare, ma questo è stato dovuto dal fatto che io prima di allora non avevo mai scolpito in vita mia.
La prima cosa che ho dovuto fare è stata quella di scegliere la pietra. Facendomi consigliare ho ritenuto opportuno prendere una pietra non molto grande, per consentirmi di lavorare per la prima volta con serenità e calma. Una volta scelta la pietra, indossato gli occhiali da lavoro, la mascherina, il cappello, la tuta e le scarpe antinfortunio, ho preso i primi attrezzi da lavoro, la subbia e la mazzetta e ho iniziato a togliere la corteccia esterna per compattare la pietra togliendo i pezzi lesionati. Una volta concluso questo primo passaggio, ho studiato in tutti i suoi lati la forma della pietra e con un po’ di argilla ho modellato un prototipo di scultura. Alla base di questo prototipo ho iniziato a scolpire veramente…
Man mano che lavoravo mi venivano in mente altre soluzioni, così dal prototipo iniziale in argilla ho cambiato diverse cose.
Ho voluto ottenere superfici sia concave sia convesse per studiarne il modo di realizzazione, ma anche perché volevo cambiare quasi totalmente la rigidezza della pietra con forme morbide e ben articolate tra di loro creando movimento.
È stata la prima volta per me pormi problemi sulla realizzazione tridimensionale, di una scultura su un materiale in cui potevo solo togliere senza poter aggiungere. Aiutandomi con altri attrezzi, tra cui la gradina e la bocciarda a mano, ho cercato il più possibile di ottenere superfici omogenee senza buchi e imperfezioni evidenti. Una volta ottenuto il risultato da me prefissato, ho voluto provare a lisciare delle parti per contrastare con tutto il resto bucciardato della mia scultura, in modo che avrei potuto dargli più luce.
L’ultimo passaggio quindi è stato quello di lisciare e poi lucidare, prima con lo scalpello, poi con diverse carte vetrate e infine con dell’acido passato con la juta.
Arrivata alla fine di questo corso sento di aver imparato tanto, soprattutto di avere tanta pazienza.
Secondo me la pietra con la sua rigidezza e pesantezza vuole essere trattata con tanta attenzione, scolpita piano piano, passo dopo passo; i colpi che bisogna dargli per scolpirla devono essere bene calibrati e non così forti da poterla lesionare e provocarle ferite interne che potrebbero poi compromettere la scultura stessa.
Durante il lavoro ci si trova solo in due, lo scultore e la pietra, una volta iniziato a scolpire, inizia la partita…
Questa esperienza mi ha dato molto, però so di dover apprendere ancora tante cose e so anche di essere solo all’inizio di un lungo percorso……