domenica 15 aprile 2007

Come si lavorava un vaso nell'Antica Grecia

Gli artigiani dell’argilla erano numerosi in tutta la Grecia: in Atene davano addirittura nome a un quartiere, il Ceramico. Di argilla se ne faceva un grande uso. Prima di essere lavorata l’argilla subiva un complesso processo di raffinazione o depurazione mediante lavaggio e/o setacciatura, che comportava l’eliminazione di materiali estranei quali inclusioni di detriti, minerali, fossili, resti vegetali, ecc.
L’argilla resa plastica mediante aggiunta d’acqua veniva poi sottoposta a una fase di degassamento per eliminare le eventuali bollicine d’aria formatesi quando l’argilla era stata inumidita.
Si procedeva quindi alla modellazione del vaso, raramente a mano, generalmente al tornio oppure mediante l’uso di stampi, nel caso di vasi a testa umana o animale. Il tornio era costituito da un disco piatto e rotondo, di legno, terracotta o pietra, che ruotava liberamente sopra un asse verticale di sostegno, di pietra o altro materiale pesante, ancorato al terreno.
Il vasaio, o il suo aiutante, con la mano o con il piede faceva ruotare il disco per il tempo necessario alla modellazione del vaso.
Soltanto i vasi di piccole dimensioni venivano fabbricati in un unico pezzo; quelli più grandi venivano invece modellati in sezioni unite tra loro mediante sospensioni dense di argilla in acqua in punti particolari della struttura del recipiente. Per nascondere le giunture venivano talvolta applicati sulla superficie esterna dei cordoncini di argilla. A parte venivano realizzate anche le anse (manici).
A modellazione completata, il manufatto, fatto essiccare, per evitare formazione di crepe durante la cottura, veniva reso successivamente impermeabile con l’applicazione di un rivestimento (ingobbio) composto di argilla ferruginosa che conferiva, dopo la cottura, una colorazione rosata molto apprezzata dai Greci.
A questo punto il vaso era pronto per essere decorato.
A decorazione ultimata i vasi venivano sistemati per la cottura nella fornace, una costruzione in mattoni costituita da due parti: una parte inferiore, la camera di combustione dove veniva messa la legna, e una parte superiore, la camera di cottura, dove su un piano forato i vasi, già essiccati, venivano impilati e quindi portati ad alte temperature dai prodotti della combustione.
La formazione del vaso si otteneva infatti con la cottura, a seguito delle trasformazioni chimico-fisiche subite dall’argilla durante il riscaldamento a temperature via via crescenti.
La cottura veniva condotta in tre fasi successive che comportavano anche cambiamenti di colore.
Nella prima fase con immissione d’aria il corpo del vaso e la vernice assumevano un colore rossastro; nella seconda, con limitazione d’aria, il corpo del vaso e la vernice diventavano neri; nella terza, l’argilla, sufficientemente porosa da riassorbire ossigeno, tornava a essere rossa, mentre la vernice nera, più densa, rimaneva nera.
Bastava che la successione delle tre fasi non fosse perfetta, perché il vaso presentasse sfumature o fiammature.

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